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Elicrisi

di Paolo Cottini
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In Francia viene chiamato “Immortelle hélichryse” o anche semplicemente “Immortelle”, così come nel Regno Unito è conosciuto sotto il nome di “Everlasting Flower”: il che equivale a dire che cambia la lingua ma non il concetto. In Italia, a parte il manzoniano “Perpetuino” che non sembra aver incontrato gran successo, le nove specie spontanee di Helichrysum che vivono fra le Alpi e le Madonie sono state denominate con numerosi appellativi regionali, anche se quelli più frequenti si riallacciano alla natura “immortale” di alcune di queste piante: valgano per tutti il ligure “sempiternu” e il toscano “semprevivo”. Anzi, va precisato che in campo orticolo sono spesso chiamati ‘semprevivi’ tutti i fiori che hanno la proprietà di durare anche per molti mesi, grazie alla particolare struttura cartacea delle loro brattee. L’elicriso è certamente il capofila di questa categoria benemerita, che ci permette di sfruttare a lungo la medesima pianta, sia quando è in fioritura, sia quando ci si aspetterebbe la sua morte definitiva. Naturalmente, fra poco vedremo che non tutte le specie di Helichrysum si prestano a questo ruolo, ma bisogna ammettere che sarebbe una pretesa eccessiva da parte nostra, nei confronti di un genere assai ben fornito, che ha sparso per il mondo almeno cinquecento suoi rappresentanti.

 

Come sono fatti

Inserito nella sterminata famiglia delle Composite (o Asteracee), il mezzo migliaio di specie sino ad ora scoperte non ha esitazioni nella scelta del proprio habitat prediletto, costituito quasi esclusivamente da luoghi soleggiati e asciutti, preferibilmente di montagna. Tale linea di condotta vale per tutte le aree temperato-calde del mondo che conoscono la presenza di elicrisi: Europa, Asia e Africa, ma anche con una concentrazione particolare attorno al bacino del Mediterraneo e soprattutto in Sud Africa e Australia. Assai meno uniformi sono invece le caratteristiche biologiche e botaniche, poiché fra gli elicrisi possiamo trovare specie annuali oppure perenni, così come piante completamente erbacee oppure suffruticose o anche del tutto arbustive. Accarezzandole, saremo spesso attratti dalla delicata lanosità che le ricopre per tutta la loro altezza, la quale in alcuni casi arriva a superare di molto il metro, ma in altri non supera i pochi centimetri. I loro fusti sono cilindrici e notevolmente ramosi, cosparsi di foglie alterne con forma solitamente lanceolata o anche ovata. I capolini fiorali sono collocati in cima alle branche e la loro forma è quella di un corimbo di grandi dimensioni, mentre i fiori centrali di ogni capolino – come avviene in questa famiglia – sono piccolissimi, tubulosi ed ermafroditi, contrariamente a quelli esterni che sono solo femminili. Un elemento distintivo di questo genere è costituito dall’involucro di squame che circonda i fiorellini veri e propri: esse sono spesso appariscenti (l’esempio più clamoroso è quello di H. bracteatum) perché la loro consistenza ricorda quella della carta o della paglia, mentre la superficie è glabra, lucida e sovente colorata in modo vistoso.

 

Caratteristiche

  • l'habitat: luoghi soleggiati ed asciutti della montagna
  • comprende annuali e perenni
  • comprende erbacee, suffruticose, arbustive
  • ricoperte da lanosità
  • fusti cilindrici, ramosi, con foglie alterne
  • foglie lanceolate od ovate
  • capolini fiorali a forma di corimbo collocati in cima alle branche
  • fiori centrali del capolino piccoli, tubulosi ed ermafroditi
  • fiori esterni femminili
  • fiorellini veri e propri circondati da squame con superficie glabra, lucida e colorata

 

Il naufragar m’è dolce in questo mare

Tutte le volte che ci s’imbatte in un genere sin troppo ricco di piante, un primo impulso potrebbe essere quello di rinunciare ad un approfondimento della loro conoscenza, ma tale tentazione va vinta, magari con l’aiuto di qualche consiglio pratico, se si vuole sfruttare sino in fondo la bellezza e l’utilità decorativa di molte specie. Senza badare, quindi, alle sottigliezze scientifiche, gli elicrisi potrebbero essere suddivisi in tre grandi categorie: quelli completamente erbacei, quelli almeno un poco legnosi e gli arbustivi. In un secondo momento, poi, sarà utile individuare all’interno di ciascuna categoria gruppi più piccoli, magari sulla base del colore dei capolini. Fra le erbacee, si fanno luce per valore ornamentale le specie H. bracteatum, H. thianschanicum, H. praecurrens, H. dealbatum, H bellidioides; le specie che presentano un fusto almeno parzialmente legnoso in basso sono invece: H. italicum, H stoechas, H. sibthorpii, H. orientale, H. frigidum, H. retortum, H. milfordiae; gli elicrisi arbustivi più belli, infine, sono H. sessile, H. selago, H. petiolare (che è anche rampicante e tappezzante), H. plumeum e altri ancora. Se invece si preferisce prendere in considerazione il fogliame – che in questo genere particolarmente dotato di virtù aromatiche è una componente tutt’altro che secondaria – allora si scopre che un vasto gruppo d elicrisi è caratterizzato da foglie strette od oblunghe (H. bracteatum, H. orientale, H. italicum, H. praecurrens, H. frigidum, H. stoechas e così via), mentre altre specie sfoggiano lamine ovate o comunque assai più larghe, come H. bellidioides, H. petiolare, H. ambiguum, H. dealbatum. Ancor più vantaggiosa è la separazione delle piante di bassa o bassissima taglia, indicate quindi per il giardino roccioso, da quelle di statura decisamente superiore, di cui ci possiamo avvalere per tutti gli altri usi in giardino. Fra le prime vanno menzionate H. sessile (10 cm), H. sibthorpii (10 cm), H. praecurrens (15 cm), H. milfordiae (15 cm), H. frigidum (15 cm), H. bellidioides (20 cm); il secondo gruppo comprende tutte le altre, ma bisogna distinguere ancora fra le specie di taglia media (H. ambiguum, H. appendiculatum, H. arenarium, H. italicum, H. coralloides, H. dealbatum, H. retortum, H. plumeum, H. stoechas: tutte fra i 30 e i 60 cm) e quelle che s’innalzano con maggior autorevolezza: H. bracteatum (150 cm) e H. splendidum (160 cm) sono gli esempi più evidenti. Un posto a parte, seguendo il criterio dell’altezza, va assegnato a H. petiolare che tocca i 100 cm, ma nella sua qualità di rampicante o su di un piano orizzontale.

 

Tante specie di varia natura

  • completamente erbacei: H. bracteatum, H. thianschanicum, H. praecurrens, H. dealbatum, H bellidioides 
  • un po' legnosi (sufruttici): H. italicum, H stoechas, H. sibthorpii, H. orientale, H. frigidum, H. retortum, H. milfordiae
  • arbustivi: H. sessile, H. selago, H. petiolare, H. plumeum 
  • foglie strette o oblunghe: H. bracteatum, H. orientale, H. italicum, H. praecurrens, H. frigidum, H. stoechas 
  • foglie larghe od ovate: H. bellidioides, H. petiolare, H. ambiguum, H. dealbatum 
  • taglia bassa (ideali per giardino roccioso): H. sessile (10 cm), H. sibthorpii (10 cm), H. praecurrens (15 cm), H. milfordiae (15 cm), H. frigidum (15 cm), H. bellidioides (20 cm) 
  • taglia media: H. ambiguum, H. appendiculatum, H. arenarium, H. italicum, H. coralloides, H. dealbatum, H. retortum, H. plumeum, H. stoechas: tutte fra i 30 e i 60 cm 
  • dimensioni maggiori: H. bracteatum (150 cm) e H. splendidum (160 cm) 
  • rampicanti: H. petiolare che tocca i 100 cm

 

Attenti a quei due

Prima ancora di confrontarci con tante e tante specie di così varia natura (alcune delle quali sicuramente ci daranno soddisfazioni inaspettate), è forse bene approfondire la conoscenza di due capisaldi del genere Helichrysum, diversissimi fra loro ed entrambi ormai famosi ovunque. Il primo è H. italicum, che in Italia vive allo stato spontaneo in tutte le regioni, anche se con particolare frequenza nelle grandi e piccole isole oltre che nel centro della penisola. Si tratta di una perenne suffruticosa, alta fra i 25 e i 50 cm, provvista di fusti legnosi alla base e un po’ ritorti, fittamente ramificati, con branche fiorifere che terminano in corimbi di 20-50 capolini assai piccoli. I fiori, di colore giallo-bruno, sono contornati da squame brunastre, lucide e membranacee che restano invariate anche dopo l’essiccamento e che, a motivo del portamento raggiato e del colore, giustificano il nome stesso dell’elicriso (helios = sole, crysos = oro). Le foglie – fitte, pelose, strettamente lineari e lunghe fino a 3 cm –  assumono un’importanza rilevante, poiché sono le depositarie principali di quelle sostanze che fanno inserire la specie nella grande famiglia delle piante aromatiche. Il profumo è del tutto singolare, tanto che per alcuni è gradevolissimo, per altri quasi disgustoso, mentre i più lo considerano piacevole proprio per la sua asprezza. Un tempo si utilizzavano le parti verdi in decotti contro l’asma e i reumatismi, mentre ancor oggi un’essenza usata in profumeria si ottiene per distillazione dai fiori.

La seconda specie è la notissima H. bracteatum, originaria della lontana Australia, ma naturalizzata anche nella penisola Iberica. Dotata di un fusto eretto, rigido e scabro, si ramifica facilmente fin dalla base, arrivando a toccare il metro e mezzo d’altezza. Le sue foglie sono alterne, oblunghe o lanceolate e acuminate, lunghe fino a 12 cm, mentre i capolini, larghi sino a 7-8 cm, sono solitari e portano fiori centrali di colore giallo o aranciato. Bellissime sono le scaglie dell’involucro, disposte su più file, con colori che vanno dal crema (le inferiori) al giallo oro (le superiori), ma che nelle numerose ‘razze’ coltivate possono assumere anche altre colorazioni, rosa intenso, rosso, violetto, perfino bianco. Un fiore, questo, che sembra essere stato creato apposta per far felici gli appassionati di composizioni secche.

 

Le più famose

  • H. italicum
  • H. bracteatum

 

In giardino

Il portamento di molte specie, ma soprattutto di alcune fra quelle sopra menzionate; la costanza, l’abbondanza e la durata delle fioriture (spesso si va dalla piena estate fino all’autunno o addirittura alle soglie del gelo invernale); un fogliame bello, elegante e brillante: tutto questo fa sì che gli elicrisi siano piante deputate a rendere più bello il rock garden e il giardino, piccolo o grande che sia. Le specie erbacee perenni, insieme con le suffruticose e gli arbusti di taglia più bassa, si trovano a loro agio nel giardino roccioso o in situazioni similari, a condizione che il terreno sia almeno un po’ ghiaioso e perfettamente drenato, con l’aggiunta di una posizione ben soleggiata e riparata: a titolo esemplificativo, in questo caso, citiamo H. bellidioides e H. sibthorpii. Per il medesimo impiego si potrebbero suggerire anche le specie che formano cuscini o tappeti, come H. milfordiae, H. sessile, H. frigidum, (che detesta il calcare) e altre specie molto lanose, come H. oriental, ma va osservato che il loro minimo comune denominatore è la paura per l’umidità invernale, da cui vanno assolutamente protette. Nelle aiuole – magari nel mezzo di un verde prato, ma anche nelle bordure – numerose sono le specie erbacee o arbustive di taglia medio-alta che conferiscono una speciale eleganza a qualunque ambiente, grazie al portamento, al fogliame leggero e finemente strutturato, nonché al colore delicato dei capolini. In una bordura erbacea dominata dal colore grigio-argento, ad esempio, uno splendido contrasto scaturisce dall’impiego di specie come H. thianschanicum, messo a dimora in primo piano, magari avendo alle spalle altre consorelle più alte, come H. italicum, H. splendidum ed H. stoechas. Una delle specie più delicate è H. petiolare, che va accuratamente protetta (o addirittura trattata da annuale, come si usa nel nord Europa), ma che ci può essere utilissima non solo in composizioni coltivate in vasi da appendere, ma anche per ricoprire un muretto o un giardino roccioso troppo ‘povero’ di colore.

 

Nel giardino roccioso:

  • con terreno ghiaioso e ben drenato
  • posizione soleggiata e riparata
  • H. bellidioides e H. sibthorpii; H. milfordiae, H. sessile, H. frigidum (con terreno privo di calcare) e H. orientale

 

Nelle aiuole con bordure grigio-argento:

  • H. thianschanicum in primo piano, davanti H. italicum, H. splendidum ed H. stoechas

 

Composizioni in vasi da appendere:

  • H. petiolare

 

Coltivazione

Scelta del sito ed esposizione. Gli H. vogliono una posizione ben soleggiata, ma possibilmente riparata, soprattutto per le specie al limite della rusticità, come H. petiolare. 

Suolo. Soprattutto le piante da giardino roccioso esigono un terreno finemente ghiaioso o sabbioso, in ogni caso assolutamente ben drenato, perché quasi tutte le specie soffrono per i ristagni d’acqua e per l’umidità dell’inverno. Le annuali non desiderano un terreno troppo fertile. Inoltre, mentre H. sibthorpii  ama il terreno calcareo, al contrario H. frigidum non lo tollera in alcun modo. 

Cure colturali. Le specie annuali sono quelle che, come H. bracteatumproducono fiori adatti per essere essiccati. Per questo scopo, le infiorescenze vanno tagliate prima della loro apertura totale, legate in mazzi e appese a testa in giù in un locale freddo, asciutto e buio. In giardino, invece, i fiori appassiti vanno eliminati per stimolare la produzione di nuove infiorescenze. Le specie perenni e arbustive, invece, devono essere messe a dimora a fine estate o in primavera, mentre una buona protezione invernale per le radici delle piante meno rustiche va effettuata con pacciamatura, paglia o uno spesso strato di foglie secche. 

Moltiplicazione. Le specie arbustive si moltiplicano tramite talee semi-legnose prelevate in estate. Le perenni si propagano per divisione o da seme in primavera. Le annuali vanno seminate in febbraio al coperto, in una composta da semi, ad una temperatura non inferiore ai 10° C. Le piantine appena nate vanno ripicchettate in cassette e passate in un cassone freddo, per poi essere ripiantate all’aperto in maggio; nel nostro Meridione, le si può seminare direttamente in giardino. 

 

H. italicum in Plinio il Vecchio

“L’eliocriso, detto da alcuni crisantemo, ha piccoli rami bianchi, foglie biancastre che somigliano a quelle dell’abrotano, e una sorta di corimbi ricadenti in circolo, fulgidi come l’oro quando i raggi del sole li colpiscono e non soggetti a imputridire; per questo motivo si fanno ghirlande per decorare le effigi degli dei, usanza scrupolosamente osservata dal re dell’Egitto Tolomeo […]. In pozione con vino stimola la diuresi e il flusso mestruale, risolve gli indurimenti e le infiammazioni; in caso di ustioni se ne fanno impiastri con aggiunta di miele. Si somministra in pozione contro i morsi dei serpenti e la lombaggine […]. Protegge gli indumenti grazie al suo odore, nient’affatto sgradevole” (Storia naturale, XXI, 168, 96).

 

Note omeopatiche di Ennio Masciello

L’elicriso italico è una pianta aromatica ed officinale che deve il suo nome al greco: Helios (= sole) e Chrysos (=oro) cioè sole d’oro. La droga viene estratta dai fiori raccolti nei mesi estivi che costituiscono il “ periodo balsamico” cioè il periodo in cui la pianta è da cogliere perché maggiormente carica dei principi attivi che vogliamo sfruttare. Questi sono l'elicrisina (che è un complesso di flavonoidi) un olio essenziale, e molti minerali.

La via di assunzione potrà essere interna (infusi, decotti o estratti alcolici) ed esterna (pomate, impacchi o colliri). Recenti studi hanno  evidenziato un'azione a livello della corteccia surrenalica che determinerebbe una aumentata disponibilità di ormoni della famiglia del cortisone ed un'azione detossicante epatica.

Uno studio clinico condotto con infusi per bocca e per balneoterapia ha dimostrato potente azione nella terapia della psoriasi con notevole allungamento dei periodi di remissione, specie nelle forme recenti della malattia. Ma tutta una serie di malattie della pelle si avvantaggia della pianta e delle sue attività antinfiammatorie, antiallergiche e fotoprotettive  (eczemi, geloni, ustioni).

Inoltre traggono giovamento dall'elicrisio anche le malattie allergiche e malattie epatiche legate a stati di sovraccarico, intossicazione o difficoltoso scarico della bile.

Ha poi anche azione emolliente (ammorbidente le secrezioni) ed antinfiammatoria, antibatterica, antiallergica sull’albero tracheo bronchiale.

Una nota curiosa: gli studi più recenti hanno trovato spunti dalle considerazioni di un medico condotto della Lucchesia, il dott. Santini, che era partito dall’osservazione dell’utilizzo che facevano della pianta  gli allevatori per curare i quadri polmonari del bestiame.

L'elicrisio ha molte azioni positive e nessun effetto collaterale descritto in letteratura, né modificazioni apprezzabili dei parametri emato-clinici durante gli studi: perciò nessuna tossicità né effetti collaterali (allo stato attuale e per un uso corretto): non è poco in un mondo in cui lo stesso curarsi provoca malattia!

La saggezza degli antichi: molte statue di divinità hanno in testa una corona di elicriso, un aneddoto di buon auspicio.

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Pierlorenzo Marchiafava nel suo Vivaio Conifere Esotiche produce da seme e coltiva 57 specie di pini rari e di grande potenzialità ornamentale e paesaggistica. Qui suggerisce Pinus yunnanensis, un pino dall'apparente leggerezza evidente al minimo soffio di vento, in contrasto con la sua grande robustezza e resistenza anche a forti venti.

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