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Orchidee

di Paolo Cottini
  • Erbacee
  • Piante

 

Per rendersi conto che la famiglia delle Orchidaceae è detentrice di fantastici record basta citare alcuni numeri. Ad esempio, sappiamo che con i suoi 800 generi e 20.000 specie essa supera quantitativamente qualunque altra concorrente, fatta eccezione per le Compositae (25.000 specie). Un altro primato si riferisce agli ibridi, che sembrano aver raggiunto le 120.000 unità, molte delle quali riguardanti i generi più conosciuti (Phalaenopsis, Dendrobium, Cymbidium e così via). Inoltre, la biologia e la fisiologia di queste piante riservano molte altre sorprese, traducibili anche sul piano statistico. Ad esempio, è noto che i semi sono leggerissimi e di dimensioni microscopiche, tanto da rassomigliare più alla polvere di casa che ad organi destinati a germinare: un solo frutto di orchidea spontanea ne può contenere migliaia o addirittura milioni, come dimostrato dalla specie Cycnoches chlorochilon, una cui capsula riesce ad ospitare 3.750.000 minuscoli semi, tutti teoricamente in grado di far nascere altrettante piantine. Ma il record più interessante di questa straordinaria famiglia è legato incontestabilmente al fascino dei fiori, strutturalmente simili fra loro pur con le dovute differenze fra i vari generi, ma anche diversissimi per forme, colori, dimensioni e profumi. In buona sostanza, è il fiore ciò che nell’orchidea attrae di più, esercitando un irresistibile potere d’attrazione su tutti noi, dal più navigato degli intenditori al più sprovveduto fra i principianti. Fra queste due categorie di appassionati, peraltro, va sempre più affermandosi una discordanza di gusti, come afferma l’esperto Giancarlo Pozzi (vedi intervista a lato), i cui consigli possono aiutare concretamente il coltivatore alle prime armi a muoversi in questo mondo. Secondo Pozzi, dunque, mentre il neofita resta a bocca aperta davanti a fiori grandi e variopinti, generalmente appartenenti ad ibridi, l’intenditore gradualmente si fa sedurre da corolle sempre più minute, di cui sono solitamente dotate le specie spontanee. Se siamo d’accordo sulla bontà di questo “termometro”, ognuno di noi può verificare il proprio livello febbrile di “orchidofilia”, un’autentica malattia che potrebbe avere inizio già con la lettura di un servizio come questo.

 

Le più comuni

Dalla bocca o dalla penna di esperti come Giancarlo Pozzi la prima nozione che impariamo è che il vastissimo mondo delle orchidee da appartamento può essere suddiviso in due gruppi, il primo dei quali comprende le specie e soprattutto gli ibridi più comunemente coltivati e messi in commercio. Queste piante, ovviamente, sono state scelte non solo per la bellezza e la grandezza dei fiori, ma anche per la relativa facilità con cui si possono coltivare, con il non piccolo vantaggio che le vede condividere simili esigenze di vita, specialmente il caldo e un’umidità piuttosto elevata. Basta avere a disposizione una stanza ben illuminata, che d’inverno sia sufficientemente calda anche di notte, ed il gioco è quasi fatto. Nel caso di Phalaenopsis – per iniziare con il genere più amato in Italia – il fattore luce non sembra così importante, così che l’interno di una casa si rivela come un ambiente assai gradito o almeno ben tollerato. Provenienti da ampie aree del sud-est asiatico, le specie spontanee di P. prosperano frequentemente lungo le sponde dei fiumi, vivendo sospese sui rami dei grandi alberi, senza per questo esserne parassite: un’abitudine che autorizza i botanici a chiamarle piante “epifite”. La compatta massa di radici, le ampie foglie ovali e soprattutto i fiori variamente colorati di bianco, rosa, malva, viola o giallo ne fanno un genere apprezzatissimo, soprattutto per gli ibridi che possiedono steli di lunghissima durata. Quando vogliamo regalare un mazzo di fiori recisi, esotici e di grande impatto specialmente nei mesi invernali, spesso il fioraio ci propone i Cymbidium, che peraltro si adattano a vivere benissimo anche in vaso negli appartamenti luminosi e ben ventilati, pur amando poi essere posti all’aperto durante i mesi estivi. Le specie spontanee (o “botaniche”, come i vivaisti amano chiamare le piante naturali non ibridate dall’uomo) sono una cinquantina, quasi tutte originarie dell’Estremo Oriente o dell’Australia. Caratterizzati da foglie lunghe e strette, da infiorescenze erette e da fiori medio-grandi e vivacemente colorati, i C. con il passare del tempo diventano sempre più grandi e massicci. Un aspetto più leggiadro e quasi danzante vantano invece gli Oncidium, originari dell’America centro-meridionale, dove vivono nelle foreste, sui rami alti degli alberi per poter fruire di maggior luce. Essi possiedono foglie piatte o affusolate, ma soprattutto lunghe e ondeggianti infiorescenze ricche di fiori multicolori, soprattutto negli ibridi, il cui labello (il “petalo” superiore del fiore, che per una torsione del pedicello ci appare come inferiore) è spesso screziato o finemente maculato. Non molto dissimili sono poi gli Odontoglossum, che con una sessantina di specie vivono nelle aree montuose tropicali e subtropicali del Centro America. Essi hanno foglie coriacee o flessuose e lunghe infiorescenze a racemo o a pannocchia, con fiori grandi, vistosamente colorati, non sempre facilmente distinguibili dal genere precedente. Una certa rassomiglianza si riscontra anche in Miltonia, i cui fiori però nei più recenti ibridi a corolle grandi ricordano da vicino le viole “pansé”, con il loro caratteristico aspetto di maschera piatta. Le M. spontanee si dividono in due gruppi: il primo è formato da specie brasiliane, che adorano il caldo e il sole, mentre il secondo, originario della Colombia, comprende piante che tollerano condizioni ambientali più fresche. Un altro genere molto conosciuto e importante è Paphiopedilum (che gli appassionati abbreviano spesso in “Paphio”), dotato di una sessantina di specie distribuite ampiamente nell’Estremo Oriente, ma soprattutto di migliaia di ibridi costituiti a partire da più di un secolo fa. L’attrattiva più evidente del loro fiore è determinata dalla curiosa forma del labello, che ricorda da vicino una pantofola, la cui colorazione o variegatura può differenziarsi notevolmente nei numerosi ibridi. Gli habitat delle piante spontanee possono essere sia caldo-umidi sia freschi e riparati secondo le abitudini delle singole specie, ma in appartamento esse solitamente preferiscono una stanza ben illuminata. Altri generi coltivati su vasta scala (ma meno dei precedenti) sono Vanda, Cattleya e Dendrobium. Il primo, strettamente epifita e quindi restio ad essere coltivato in vaso (meglio un cesto appeso), vanta bellissimi fiori con petali marcatamente venati e pigmentati. Le Cattleya, invece, hanno fiori estivi di dimensioni assai più grandi negli ibridi che nelle specie spontanee, mentre quelli di Dendrobium si sviluppano con misure molto differenziate fra le varie specie, avendo come contorno magnifiche foglie di un bel verde brillante.

 

Intervista a Giancarlo Pozzi 

Per chiarirci meglio le idee e per avere informazioni pratiche riguardanti la coltivazione delle orchidee da appartamento, ci siamo rivolti ad un esperto di fama, Giancarlo Pozzi, titolare del vivaio ‘Edmondo Pozzi’ di Morosolo di Casciago (VA)

 

Quante orchidee sono coltivate nel suo vivaio?

Per le “botaniche”, considerandole tutte, ci sono circa 2000 specie (meno del 10 % di quelle esistenti al mondo), ma per almeno 1500 c’è un solo esemplare. Molti sono invece gli ibridi, fra cui 34 nuovi che ho da poco costituito e registrato.

In generale l’orchidea è una pianta difficile da coltivare ?

No, è più facile di molte altre, anche perché è tra le più robuste, tanto che ha colonizzato tutto il mondo e ogni tipo di habitat. Ma le orchidee sono tante e si coltivano al sole o all’ombra, al caldo o al freddo, secondo il genere, perché sono talmente numerose e provengono da luoghi tanto diversi che le esigenze sono molto differenziate. Di solito per l’appartamento si coltivano Phalaenopsis, Oncidium, Miltonia e talvolta Cymbidium e Dendrobium, ma ce ne sono molte altre meno conosciute che a poco a poco entreranno in commercio. Se iniziamo con le Phalaenopsis, facciamo attenzione che esse amano il caldo e l’ombra soprattutto d’estate; se prendono il sole d’inverno va bene, ma soffrono l’aria stagnante e vanno concimate con generosità…

…e per le annaffiature come ci regoliamo?

A questo proposito, bisogna stare attenti a non lasciare acqua nel sottovaso: è meglio far patire l’asciutto e aspettare anziché bagnare troppo. Statisticamente sappiamo che quasi tutte le orchidee che muoiono in casa è perché avevano le radici marce. Viceversa, quando si bagna bisogna farlo con generosità e dall’alto, mentre l’immersione può essere pericolosa, perché se si hanno diverse piante e una di loro ha un problema, questo può diffondersi rapidamente. Annaffiando da sopra, l’acqua scorre giù perché nel vaso vi è corteccia, che non trattiene l’acqua ma diventa pesante.

Che tipo di terreno va utilizzato?

Solitamente si usa una corteccia trattata per orchidee, perché le piante hanno radici aeree e perciò va bene qualsiasi materiale che lascia filtrare l’aria.

Le orchidee vanno concimate?

Sì e anche con una certa abbondanza. Si usano generalmente concimi bilanciati tra azoto, fosforo e potassio (15/15/15 o 20/20/20). Per la frequenza, una buona regola sarebbe questa: dopo tre annaffiature, alla quarta prima si bagna e poi si concima. Le Phalaenopsis e i Cymbidium vanno concimati molto, cioè 2 g/litro, tutte le altre 1 g/litro.

Passiamo alla croce e delizia delle orchidee: le temperature

I Cymbidium generalmente vogliono il fresco, le Phalaenopsis il caldo. Le temperature notturne invernali sono il punto di riferimento critico. Per caldo s’intendono circa 23° C: ci sono coltivazioni industriali che di notte vanno sui 23-24 gradi. Poi c’è il livello temperato, vale a dire circa 15-20° C, sempre notturni. Alcune orchidee, che diciamo essere da freddo, possono sopportare anche le gelate, mentre altre ancora tollerano il freddo senza che si arrivi allo zero. Per le Phalaenopsis l’ideale è 23-24 gradi notturni, ma l’importante è che non vi sia freddo: in casa anche 18 gradi vanno bene. Per i Cymbidium oltre i 15 gradi ci sono problemi, perché di notte vogliono il fresco.

Per la quantità di luce cosa consiglia?

D’inverno è meglio che le Phalaenopsis abbiano tutta la luce possibile, perché ce n’è poca e per poche ore, mentre d’estate, con giornate molto lunghe e sole molto forte, vogliono l’ombra profonda. I Cymbidium vogliono invece molta luce, tanto che d’estate possono stare in pieno sole e si coltivano come i limoni, ponendoli accanto alla finestra, anche con sole diretto. In maggio si mettono all’aperto, purché gradualmente, anche in pieno sole e con assidue annaffiature.

Quali sono i peggiori nemici delle orchidee?

Per le Phalaenopsis sono le cocciniglie, che si presentano come batuffoli bianchi e si possono eliminare con cotone idrofilo e alcool. Un altro “nemico” è il calorifero, sul quale  non va assolutamente appoggiato alcun tipo di orchidea.

A parte le orchidee più comuni, che problemi s’incontrano con le altre meno note?

Per passare ad altri generi è importante sapere in quale ambiente vogliamo inserirle: di conseguenza c’è una vasta gamma di orchidee che vi si adattano. Prima di prendere questa o quella pianta bisogna conoscerne le esigenze. Per quanto concerne i Bulbophyllum ce ne sono da luce e da ombra, le Cattleya invece vogliono molta luce. Le Coelogyne vogliono molta luce. Dendrobium è un genere così vasto che ne include da caldo, da freddo, da sole e da ombra. Le Doritis sono da ombra profonda, le Encyclia e le Epidendrum sono da luce. Le Laelia vogliono tantissima luce, le Masdevallia in generale sono da ombra, le Oncidium sono piante che vogliono la luce diffusa, le Paphiopedilum sono piante da ombra e con temperature superiori ai 15 gradi di notte non fanno fiori.

La coltivazione delle epifite su zattere si differenzia molto dalle altre?

Soprattutto nell’annaffiatura. Coltivate come in natura, appese con le radici all’aria, asciugano velocemente e tutte le mattine vanno bagnate abbondantemente. Se si preferisce le si può mettere in vaso, anche perché in casa la zattera può costituire un problema pratico, ma in alcuni casi è necessario: per esempio le radici di Vanda nel vaso marciscono e per loro la zattera è obbligatoria anche se vanno bagnate bene tutte le mattine e più delle altre.

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