Eriche invernali
Nei paesi anglosassoni, gli arbusti che noi definiamo genericamente ‘eriche’ godono di tanta fama da aver originato nomi propri di persona: ad esempio, moltitudini di fanciulle si chiamano Heather, che corrisponde al latino botanico Calluna vulgaris. E se in Germania non si contano le Heidi – grazie non solo al celebre personaggio dei cartoni animati di trent’anni fa, ma anche alla voce ‘Heide’, vale a dire ‘erica’ o ‘brughiera’– cosa accade in Italia? Nessuno, ovviamente, si sognerebbe di chiamare la propria prole con il tremendo appellativo di ‘brugo’ o, peggio, ‘grecchia’ (termini popolari per indicare Calluna vulgaris), ma qualche Erica compare qua e là. Fuor di metafora, vogliamo sostenere che i piacevoli arbusti che compaiono in queste pagine sono molto ben conosciuti ed impiegati in altri Paesi, mentre solo da pochi anni gli italiani hanno riscoperto la loro utilità ornamentale. Non che prima fossero ignorati, al contrario! Per secoli, anzi, i nostri contadini si sono serviti di ‘eriche’ per fare scope, produrre miele, ricavare sostanze antireumatiche e così via, ma circa un loro uso precipuamente decorativo abbiamo dovuto imparare da altri popoli. E c’è anche una spiegazione etnologica: “La Heath inglese, la Heide tedesca hanno radici profonde nella cultura e nell’anima anglosassone e germanica: avere l’erica in giardino significa per quei popoli un riallacciarsi al mondo primitivo”, mentre “se c’è una pianta che gli italiani trascurano, questa è l’erica”. Ippolito Pizzetti scrisse queste sante parole una trentina d’anni fa, ma ora le cose vanno notevolmente migliorando. D’ogni arbusto un fascioLa difficoltà con cui queste piante sono entrate nei nostri giardini è ancor meno comprensibile se si pensa che molte specie, tanto in voga negli U.S.A. o nel Regno Unito, provengono anche dai nostri ambienti naturali: macchie, garighe, brughiere, boschi di conifere, rupi aride e rupi umide di Alpi e Appennini sono gli habitat preferiti dalle specie che hanno scelto la Penisola. Tutto questo è ben noto ai botanici, che le hanno a lungo studiate e identificate: per fare un esempio, il napoletano Giovanni Gussone, ai primi dell’Ottocento, scoprì e descrisse la specie Erica sicula. Per far conoscere meglio le ‘eriche’ al grande pubblico, si sono dovuti superare non pochi ostacoli, talvolta legati ad una serie di pregiudizi, primo fra tutti quello relativo ad una loro omogeneità formale. Secondo alcuni, infatti, le ‘eriche’ sarebbero molto simili fra loro: niente di più inesatto, se solo si pensa che sono state create centinaia e centinaia di varietà coltivate con le forme e i colori più diversi. Ancor prima, però, vanno sottolineate le differenze tra il ‘brugo’ e le altre specie. Infatti, pur presentando molte analogie esteriori, questi arbusti sono differenti fra loro anche in misura considerevole, tanto che non sono inclusi in un unico gruppo sistematico. Il genere Calluna comprende la sola C. vulgaris, che fiorisce sul finire dell’estate, talvolta sino a novembre, mentre il genere Erica (che si distingue dal precedente perché il calice dei fiori è lungo solo la metà della corolla) abbraccia tutte le altre specie, le cui fioriture possono coprire l’intero arco dell’anno. Un secondo tenace ‘mito’ da sfatare riguarda un certo loro caratterino piuttosto schizzinoso e capriccioso, mentre in realtà, una volta adattatesi al luogo prescelto, esse richiedono poche attenzioni e danno parecchie soddisfazioni. Insomma, per partire con il piede giusto nella coltivazione di eriche, è bene innanzi tutto sgombrare il campo dalle false leggende ed evitare di fare d’ogni arbusto un fascio. A qualcuno piace freddoSi è appena rammentato che, mediante un’opportuna scelta di specie e varietà, sarebbe possibile organizzare un giardino – o almeno una sua porzione – inondandolo totalmente di eriche, con fioriture che gradualmente si alternano con il passare dei mesi. Considerando che l’inverno, nei nostri climi, è la stagione più ostica per avere un giardino fiorito, passiamo in rassegna le specie più preziose, che in vero non sono poi così poche! Sostanzialmente, ci affideremo a quattro specie e ad un ibrido, anche se i veri apostoli dell’inverno sono solo tre, ma con un corteggio di cultivar da appagare il giardiniere più esigente. Iniziamo da due piante che vivono in ambienti strettamente legati al mare. Un cenno merita subito l’insolita Erica sicula, che il Gussone trovò sul monte Cofano e nell’isola di Marettimo (Trapani) e che tuttora è considerata una pianta da proteggere in natura perché veramente rara, insieme con le sottospecie cyrenaica (Libia) e libanotica (Libano e Cipro). Le corolle rosee, in ombrelle terminali, si aprono solo sul finire dell’inverno, in marzo, ma i pregi della pianta sono almeno due. In primo luogo, essa ha dimostrato di poter vivere senza problemi anche fuori del suo habitat; poi, pur provenendo da rupi aride e calcaree, sopporta tranquillamente anche il terreno acido che quasi certamente è indispensabile per molte sue vicine. Del tutto differente è invece l’aspetto di Erica lusitanica, originaria delle coste atlantiche di Portogallo, Spagna e Francia: il portamento è eretto ed elegante, con rami grandi e piumosi che portano pannocchie piramidali, da cui spuntano decine di fiori bianco-rosati leggermente profumati. La fioritura avviene talvolta assai prima rispetto a E. sicula, anche in gennaio-febbraio, mentre la sua tolleranza di suoli diversi da quello originario (calcareo) è buona; essa, inoltre, resiste al gelo, fino al limite di – 15° C. Una coppia ben assortitaLe due specie fin qui descritte non sarebbero in grado di occupare, da sole, lo spazio invernale di un giardino di eriche, anche perché quasi totalmente prive di varietà coltivate. In loro soccorso, però, giungono altre due specie, che non solo hanno dato origine a numerosissime cultivar, ma si sono felicemente incrociate fra loro, per la gioia di noi tutti. Parliamo di Erica carnea ed Erica erigena, due piante europee di grande rusticità e flessibilità. La prima – un tempo conosciuta anche come E. herbacea – in natura vive sulle montagne e sui rilievi minori dell’Italia settentrionale, fra gli 800 e i 3000 m, dando la preferenza ai suoli calcarei. Addirittura può fiorire sotto la neve e il ghiaccio, pur prediligendo l’esposizione al sole, mentre in città tollera bene l’inquinamento e la mezz’ombra. La sua altezza non supera solitamente i 30 cm, con un portamento a volte decombente, a volte allargato sul suolo. La sua controfigura occidentale, E. erigena (il vecchio nome, stranamente, era E. mediterranea) vive sulle coste atlantiche (Spagna, Portogallo, Irlanda), su suolo a volte decisamente umido e di natura calcarea. Arbusto che può superare anche i 2 m d’altezza con un portamento eretto, E. erigena è un po’ meno rustica di E. carnea, ma è in grado di sopportare temperature che arrivano a –10°C. Alcuni botanici ritengono che le due eriche sostanzialmente siano forme geografiche della medesima specie: la prima con fioritura da novembre a marzo-aprile e la seconda da marzo a maggio, in piacevole continuità. Il loro incrocio, avvenuto casualmente in Inghilterra nel XIX secolo, diede vita ad un ibrido (Erica x darleyensis) di grande importanza orticola, eccezionalmente rustico, ricchissimo di fiori e disponibile a tollerare terreni calcarei. Varietà coltivate di Erica carnea
Varietà coltivate di Erica x darleyensis
Varietà coltivate di Erica erigena
Come coltivare eriche invernali: i consigli di Mario SerioliNel suo vivaio sulla sponda orientale del lago Maggiore, Mario Serioli da anni coltiva quasi esclusivamente eriche, che poi vende all’ingrosso e che per vigore e bellezza temono pochi confronti. A Serioli abbiamo chiesto di svelare ai nostri lettori i ‘segreti’ per coltivare con successo le eriche invernali. “E’ molto importante preparare bene il terreno, lavorandolo e rendendolo piuttosto soffice. Anche se queste eriche in natura vivono su suoli calcarei, nei giardini hanno miglior riuscita con terreno acido ed è quindi preferibile aggiungere torba per abbassare il pH. Ancor più importante, poi, è il drenaggio, che deve essere perfetto, poiché le eriche non tollerano ristagni. Il luogo deve essere piuttosto soleggiato, specie nelle regioni settentrionali, mentre al sud è consigliabile la mezz’ombra. Circa le temperature invernali, di norma non sussistono problemi, anche se per E. erigena, un po’ meno rustica di E. carnea, il termometro non dovrebbe scendere per più giorni sotto i –10°C. Le eriche vanno annaffiate, soprattutto d’estate o anche negli inverni secchi, ma la quantità d’acqua dipende anche dalla posizione in cui si trovano. Dopo l’acquisto, le piante vanno messe a dimora in modo che le radici siano un paio di cm sotto la superficie del terreno. In giardino esse danno il meglio di sé se piantate in masse, in aiuole o in roccaglia, anche senza piante d’accompagnamento: al massimo è bene accostarle alle acidofile, come camelie, azalee, conifere. Le eriche, inoltre, detestano l’irrigazione automatica. La potatura, effettuata eliminando i fiori secchi e i getti cresciuti troppo, va fatta subito dopo la fine della fioritura, verso maggio: E. erigena, però, andrebbe lasciata crescere in modo naturale. La concimazione, con prodotti a lunga cessione per acidofile, è opportuna solo se il terreno è insufficientemente preparato. La moltiplicazione più semplice si effettua da seme, mentre quella da talea, fatta a fine estate, è più impegnativa. Le malattie più temibili sono gli attacchi fungini, per prevenire i quali le piante vanno disinfettate con prodotti specifici o anche con il verderame da vite”.
Erica a fioritura invernale
In giardino
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Arbusti
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