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Clematidi

di Paolo Cottini
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Clematide (Clematis)
Chi frequenta le grandi rassegne britanniche (Chelsea Flower Show, Hampton Court, ecc.), sa per esperienza che il solo avvicinarsi agli stand che offrono certi generi di piante comporta fatiche, pazienza e qualche spintone poco anglosassone. Alla pari delle fucsie e delle perenni in genere, le Clematis battono ogni record di capacità d’attrazione, anche perché vengono esposte in decine di varietà diverse, una più bella dell’altra: bianche, rosa, rosse, blu e soprattutto con fiore pieno o semplice, con o senza variegature e strisce, tutte pronte a soddisfare qualunque palato. In questi ultimi anni, il mercato di quel Paese – che sappiamo essere molto importante anche per l’orientamento dei nostri gusti – si è indirizzato particolarmente alla produzione di cultivar dal fiore grande, le quali sembrano avere i favori del vasto pubblico. Forse ci sbaglieremo, ma, per quanto riguarda l’Italia, si assiste invece al fenomeno inverso, con una ricerca più marcata di piante dal fiore di piccole o medie dimensioni, e non solo per motivi di ordine estetico. Su questo fenomeno (ammesso che sia provato fino in fondo), infatti, incide molto anche la nota diversità dei due climi, perché mentre quello inglese ammette una libertà quasi totale in questo settore, viceversa le nostre estati a volte torride e i geli invernali del nostro settentrione pongono paletti precisi, consentendo libera cittadinanza a quelle specie o varietà che sono in grado di tollerare tali variazioni. Fra queste ultime, troviamo soprattutto piante con fiori non enormi.
 
Piccolo è bello
Quando parliamo di Clematis “piccole”, intendiamo riferirci a quelle piante le cui corolle hanno un diametro che s’aggira sui 3-4 / 8 cm, a volte anche molto meno (2 cm) oppure poco più (10 cm), ma che certamente non raggiungono, tanto per fare un esempio, i 20 cm di ‘Mrs. Cholmondeley’. In genere si tratta di specie selvatiche (che vivono in natura nelle regioni temperate dei due emisferi, oppure sulle montagne dell’Africa tropicale) o anche di ibridi, che però assomigliano molto a piante spontanee. Se ci si chiede cosa dovrebbe spingerci a dare la preferenza a queste Clematis, la risposta è nei fatti: esse sono, sì, meno vistose, ma in pari tempo hanno un numero di fiori assai maggiore, con un impatto completamente diverso, meno appariscente ma più delicato e “naturale”. Inoltre, sono molto più resistenti e più tolleranti e quindi necessitano di molte meno cure. Spesso hanno fioriture più prolungate, anche nei periodi “difficili” come l’estate e l’autunno. D’inverno, infine, molte di loro sono dotate di un profumo delizioso, che invece con l’ibridazione svanisce quasi completamente.
 
Per tutti i gusti
Oltre che per le dimensioni delle corolle, le C. possono essere suddivise in numerosi altri modi. In primo luogo, mentre molte sono a foglia caduca (C. viticella, C. alpina, C. macropetala, C. montana, C. tangutica, C. chrysocoma, C. ‘Jackmanii’, C. vitalba, C. orientalis, ecc.), altre hanno invece foglie persistenti (C. armandii, C. cirrhosa, C. forsteri, ecc.). In certi casi, la fioritura avviene in pieno inverno (C. cirrhosa) o all’inizio della primavera (C. armandii, C. alpina), mentre una gran parte fiorisce da maggio a settembre, senza scordare la coda autunnale di C. tangutica, C. texensis e di non pochi ibridi di C. viticella. Infine, va osservato che se la maggioranza delle specie è fatta di piante rampicanti, altre invece sono erbacee e non rampicanti - come C. douglasii, C. recta, C. integrifolia, C. heracleifolia e C. x jouiniana - o addirittura ricadenti, come C. tenuiloba.
 
Impieghi
In considerazione della varietà di forme e di portamenti, le C. sono utilizzate in vari modi. Le erbacee sono adatte per la bordura mista o anche per tappezzare le aree scoperte, mentre il destino delle rampicanti è di scalare muri, graticci, archi, pergolati e soprattutto siepi e piante legnose. Un abbinamento fantastico, si sa, è quello che vede le C. fiorire insieme con le rose: un matrimonio davvero ben riuscito.
 
 
 
Coltiviamo le Clematis con Antonella Coccetti
 
Coltivazione di base
Alcune regole di base valgono per tutte le piante qui considerate. In primo luogo va scelto il momento della messa a dimora delle piante acquistate in contenitore: è meglio se si effettua in primavera o in autunno, ma qualunque periodo dell’anno va bene, purché il suolo non sia gelato, ma anche non troppo secco né eccessivamente umido. Il terreno deve essere drenato, fertile, ricco di humus e di materie organiche (foglie, soprattutto di faggio), se necessario anche mescolato con sabbia. Alcuni consigliano di aggiungere un po’ di cenere, che oltre ad alzare il pH (specialmente nei terreni acidi) sembra costituire da antidoto per gli attacchi fungini. L’esposizione preferita è quella al sole o in mezz’ombra, mentre è veramente essenziale che il piede della pianta sia sempre all’ombra e al fresco per tutto l’anno. Una concimazione solo organica va effettuata 1 o 2 volte l’anno, per consentire una buona simbiosi con la flora batterica e fungina (micorrize), che è fondamentale per mantenere le radici sane, più forti e più resistenti agli stress. Le annaffiature devono altresì essere molto generose, soprattutto durante la fioritura, sempre con buon senso, perché le radici non vanno mai fatte “annegare”. Fondamentale è, infine, la potatura, le cui regole variano in relazione ai diversi tipi di pianta.
 
Scelta e preparazione del luogo d’impianto
Se il sito è già ricco di fibre vegetali e di nutrienti, si è già quasi a cavallo. Se invece non è così, occorre rimboccarsi le maniche. Bisogna scavare una buca di circa 50 x 50 x 50 cm, mescolare bene parte del terriccio tolto - se è buono, altrimenti usare terra da coltivo - con torba, un po’ di terriccio di foglie, meglio se di faggio, della perlite (silice espansa) e una buona composta. Se il terreno è povero e la composta non è sufficiente, occorre aggiungere del concime organico tipo “leonardite” o anche dello stallatico ben maturo e di sicura provenienza. Se infine il suolo è argilloso o troppo compatto, occorre mescolarvi sabbia e ghiaietto allo scopo di migliorare il drenaggio. La zolla della pianta va poi posta a pochi cm sotto la superficie del suolo, in modo da evitare danni alle radici.
 
Piede in ombra
Questa è una vecchia regola veramente importante per la sopravvivenza delle Clematis, che sono piante disponibili a resistere anche per molti anni, una volta che si sono assestate. La base del fusto non va raggiunta dai raggi del sole, quindi occorre proteggerla con “schermi” naturali o artificiali. Fra i primi si sceglieranno altri piccoli arbusti o erbacee perenni, come lavande, eriche, felci e pervinche: tutte specie che non interferiscono troppo con l’apparato radicale della pianta da riparare. Altrimenti, si può ricorrere a pietre, mattoni o lastre. Se si decide di piantare una C. alla base di un albero o di un grande arbusto, su cui essa si arrampicherà, bisogna fare in modo che il punto preciso dell’impianto sia posto a nord e non vicino alle loro radici primarie, allo scopo di evitare un disturbo reciproco degli apparati radicali.
 
Dove e come farle arrampicare
Il metodo di cui dispongono le Clematis per arrampicarsi su una superficie è molto semplice: a mano a mano che i fusti si allungano, i lunghi piccioli delle foglie si attorcigliano su qualunque sostegno incontrato: fusti, peduncoli, altre foglie e così via. Non avendo mezzi per aderire direttamente ad un muro nudo (come la vite del Canada), hanno quindi bisogno di un appiglio artificiale: fili, graticci ecc, cui i loro fusti possono essere inizialmente allacciati mediante piccoli legacci. E poiché ogni anno esse, in un certo senso, rinascono con nuovi getti, occorre che noi interveniamo ad aiutarle in questo primo loro sforzo, altrimenti si abbandoneranno mollemente al suolo. Se sono collocate alla base di un arbusto, è meglio infilare nel terreno una canna, su cui farle correre fino a quando riescono da sole ad avvinghiarsi ai primi rami del loro padrone di casa.
 
Potatura
Qualunque tipo di C. sia stata messa a dimora, nella primavera successiva la si può potare drasticamente per la prima volta (ad eccezione di C. armandii, C. montana e delle sempreverdi): il taglio va effettuato molto in basso, appena sopra un buon paio di gemme fogliari, a circa 25-30 cm dal suolo.
Per quanto riguarda le potature successive, le C. si suddividono in tre grandi gruppi, le cui piante fioriscono: 1) su gambi corti che nascono direttamente dalle gemme fogliari del legno vecchio; 2) su gambi lunghi pure nascenti dal legno dell’anno precedente e con un solo fiore; 3) in grappoli o pannocchie alla sommità del getto dell’anno in corso
Nel primo gruppo sono comprese alcune delle più famose specie primaverili qui raffigurate, come C. montana, C. alpina, C. armandii, C. macropetala, con relative cultivar. Tutte queste piante non necessitano di una potatura regolare, ma solo di quella mirata ad eliminare rami secchi e danneggiati o a regolare la vegetazione eccessiva: questa operazione va fatta subito dopo la fioritura. Il secondo gruppo include gli ibridi dai fiori grandi (non considerati in questo servizio).
Il terzo gruppo, invece, riguarda piante che fioriscono sulla vegetazione nuova, generalmente all’inizio dell’estate o in anche più tardivamente fino all’autunno, come per es. C. viticella, C. texensis, C. florida, C. tangutica e le relative cultivar, oltre al gruppo delle “Jackmanii”. Esse vanno potate prima della fioritura, alla fine dell’inverno, riducendo i fusti dell’anno precedente sino alla coppia più bassa di gemme vitali. In questo gruppo vanno considerate le specie erbacee.

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