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Rose da bacca

di Paolo Cottini
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La mimesi delle rose: dopo i fiori, bacche multiformi

Tessere l’elogio delle rose è così facile e così frequente che si rischia di cadere nella convenzionalità e nel déja vu, anche se non sempre viene sottolineato quello che forse rappresenta il loro maggior pregio: la versatilità. Le rose, infatti, possono essere utilizzate in mille situazioni e modi diversi, proprio perché la natura ha deciso di dotarle a piene mani di buone qualità. Senza soffermarci sui loro vantaggi “comportamentali” (durata delle fioriture, disponibilità a decorare qualsiasi spazio e così via), basti ricordare le semplici peculiarità fisiche: i fiori con i relativi profumi, in primo luogo, ma anche le foglie, i fusti, i frutti e perfino le spine. Tutto ha contribuito a metterle sullo scranno più alto, dal quale non sono state scalzate nemmeno per opera delle concorrenti più agguerrite. Ovviamente, si è scritto molto intorno a ciascuna della loro virtù e nessuno ha più molto di nuovo da dire, ma forse vale la pena ancora una volta di mettere nel giusto rilievo il potere decorativo dei frutti delle rose. Formatisi subito dopo la fine della fioritura, essi si presentano sotto le forme più disparate, come se avessero compiuto un processo d’assimilazione: a pomodorino, a oliva, a pera, a mela e perfino a fiasco… . Un gioco mimetico vegetale che non ha eguali e che contribuisce a fare della rosa una protagonista insostituibile del nostro giardino.

 

In breve

Tipo di pianta: Arbusto anche rampicante

Famiglia: Rosaceae

Parenti stretti: Chaenomeles, Malus, Prunus

Dimensioni massime: 70-200 x 60-150 cm (arbusti); 2-10 m o più (rampicanti)

Portamento: eretto o arcuato

Colore foglie: verde, da chiaro a scuro

Fiori: multicolori, a coppa, rosetta, pompon, semplici, semidoppi e doppi

Frutti: cinorrodi di diverse forme e colori

Fioritura: prolungata per mesi

Rusticità in Italia: ottima

 

Cinorrodo o “bacca” ?

Ogni fiore di rosa è ermafrodito ed è portato da una base un po’ rigonfia, detta ricettacolo, esternamente glabra o un po’ pelosa. Il calice è formato da cinque sepali, molto simili alle foglioline, con margini un po’ frastagliati. Nelle rose spontanee i petali, che spesso hanno una tacca sul margine superiore, sono nello stesso numero dei sepali, con i quali si alternano, formando una corolla semplice, ma che con facilità può diventare doppia o addirittura piena, poiché gli stami (organi sessuali maschili) hanno la predisposizione a trasformarsi in petali. Gli stami, che ricoprono un ruolo non secondario nell’attrattiva del fiore, sono numerosi, arrivando anche al numero di duecento e più, disponendosi in circolo su diversi ordini. Gli stili (organi sessuali femminili) sono liberi o uniti in una colonna, più o meno sollevata rispetto alla bocca del ricettacolo. Il frutto – chiamato cinorrodo o “cinorrodonte”, ma che per semplicità chiamiamo “bacca” - è in realtà un falso frutto, perché è formato da un ricettacolo carnoso e colorato che contiene i veri frutti, detti acheni, ciascuno con un solo seme. Sulla parte alta del cinorrodo spuntano i resti dei sepali del calice, ormai secchi ma persistenti.

 

Le specie: una miniera di bacche

Fra i mille pregi e gli ancor più numerosi impieghi delle rose ve n’è uno che, sfruttando una loro virtù naturale, può consentirci di poter contare su di un elemento in più per vivacizzare il nostro giardino o terrazzo anche nei mesi invernali. Questa dote, in sé non miracolosa ma sicuramente apprezzata, consiste nella produzione di frutti (i cinorrodi) di varie forme e colori, che sono particolarmente decorativi in un momento delicato del ciclo stagionale. Non tutte le rose sono indicate per questo scopo, anche se un elenco esauriente delle migliori occuperebbe troppo spazio. In generale, le rose da frutto più belle appartengono alla categoria delle specie spontanee o selvatiche, con le loro cultivar. In questo senso vanno segnalate: R. canina (cinorrodi da ovoidali a quasi globosi, lisci, rosso-arancione, di 1-3 cm), R. filipes ‘Kiftsgate’ (numerosissimi c. sferici di 1-1.5 cm, scarlatto-arancione), R. glauca (c. quasi globosi di 1.5 cm rosso-marrone, a volte ricoperti di setole), R. holodonta (c. lunghi fino a 1.8 cm, a forma di bottiglia rosso e setoloso), R. rugosa e sue cultivar (c. di 2.5 cm quasi rotondi, lisci, di colore rosso o arancione), R. agrestis (c. a fiaschetta di 1.5 cm, rossi e lisci), R. foliolosa (c. di 0.8 cm, quasi sferici e lisci, di un bel rosso cupo), R. jundzillii (c. ovoidali o ad oliva, lunghi 2.5 cm, lucidi, rosso-arancio), R. longicuspis (c. fino a 2 cm, sferico-ellissoidali, rosso-arancione, spesso pelosi), R. murielae (c. a palla allungata, rosso vivo, fino a 2 cm), R. pimpinellifolia (c. di 8-15 mm, perfettamente sferici, prima rossi e poi marrone), R. roxburghii (c. enormi, fino a 4 cm, globosi e giallo-verdi, ricoperti di aculei), R. villosa (c. di 1-3 cm, ovoidali o a pera, rosso scuro).

 

 

Gli ibridi sono meno “fruttuosi”

Il lungo ed elaborato processo che ha condotto alla nascita di nuovi ibridi di rose, tendente soprattutto a migliorare la qualità delle corolle, ha provocato danni collaterali alle piante, specialmente per quanto attiene all’apparato sessuale. La riduzione sempre più marcata del numero di stami e pistilli ha avuto come conseguenza la scomparsa, a volte quasi totale, di frutti. In concreto, spesso occorre scegliere in partenza se si preferisce avere in giardino un bel fiore, oppure se s’intende privilegiare la quantità di cinorrodi. Tuttavia, questa non è una regola fissa, tanto è vero che numerosi rosai “antichi” – specialmente nei gruppi delle “Galliche” o delle “Damascene” – sono dotati del duplice pregio fiore-cinorrodo. In alcuni casi, addirittura, il fenomeno si avvera anche in alcuni ibridi moderni, soprattutto nel settore dei rampicanti,come ‘Rambling Rector’ (masse di c. piccoli color arancione). Non meno interessanti sono anche: ‘Ballerina’ (c. piccoli, rosse e numerosissimi), ‘Erfurt’ (c. medi di color arancione, che durano per buona parte dell’inverno), ‘Dupontii’ (c. ovali, arancione-scarlatto, brillanti), ‘Scharlachglut’ (c. grandi e interessanti per la loro forma a pera).

 

Memento

E’ importante ricordarsi che, se intendiamo godere di questa opportunità decorativa, i rosai devono essere in un certo senso preparati, soprattutto al momento della potatura. Questa operazione, ovviamente, non va effettuata se ci troviamo di fronte ad esemplari di specie selvatiche o comunque di piante non rifiorenti: in caso contrario, tagliando i fiori avvizziti avremo perso anche i cinorrodi in formazione. Se invece i rosai appartengono ai gruppi rifiorenti, la potatura va eseguita solo in primavera, mentre lasceremo intatte le fioriture estive, così da consentire ai tanto desiderati frutti di formarsi e maturare.

 

Una farmacia naturale

In passato, quando per curare le più svariate malattie si ricorreva esclusivamente alle virtù officinali delle piante, le rose ed in particolare i cinorrodi erano tenuti in grande considerazione. I nostri antenati, in questo, non si sbagliavano, tanto che la scienza moderna ha dovuto ammettere che effettivamente i frutti delle rose sono utilissimi. In primo luogo essi hanno un alto contenuto di vitamine (soprattutto la C, che un ibrido di recente costituzione, ‘PiRo 3’, sembra contenere in altissima misura). I frutti vanno raccolti a fine estate, privati degli acheni e fatti essiccare al sole, in modo da concentrare meglio le sostanze di cui sono dotati: non solo vitamine, ma anche caroteni e acidi organici. Essi sono astringenti, diuretici, sedativi e si dimostrano efficaci soprattutto nelle malattie dell’apparato genito-urinario.

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