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di Paolo Cottini
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La citazione è tanto scontata che quasi esitiamo a ripresentarla, anche se la lirica leopardiana, come tutte le cose belle, non stanca mai e ha sempre qualcosa da insegnare. Ospitato nella primavera del 1836 a Villa Ferrigni (Torre del Greco), sulle pendici del Vesuvio, il grande poeta di Recanati compose uno dei suoi canti più intensi, La Ginestra, il cui testo non è solo un compendio di riflessioni dolenti sull’esistenza umana, ma anche, sia pure a latere, un piccolo trattato di botanica. Nella lirica, il ben noto arbusto dai grandi fiori gialli viene poeticamente, ma correttamente, definito come il ‘fiore del deserto’, alludendo alla sua capacità di colonizzare terreni fortemente impoveriti, privi di substrato fertile, là dove nessun’altra pianta potrebbe insediarsi e prosperare. In tali condizioni estreme, dunque, la ginestra da un lato conferisce al paesaggio magnifiche pennellate di colore giallo intenso e, dall’altro, si propone come prezioso elemento di pianta pioniera, in grado cioè di preparare il terreno per l’arrivo di altre componenti vegetali. I “ginestreti” – come vengono chiamati dai botanici – nell’arco di pochi decenni favoriscono il graduale inserimento di alberelli robusti e gradevoli come le roverelle (Quercus pubescens) e d’una serie di altre piante (Fraxinus ornus, Crataegus monogyna, Clematis vitalba, ecc.) che si adattano ai luoghi accuratamente ‘lavorati’ dalle ginestre. Il terreno, poi, è quello che trae i maggiori benefici dalla presenza di ginestre, le quali provvedono a consolidare e restaurare vaste estensioni di scarpate e pendici denudate, soprattutto su substrati basici o alcalini, non meno che sulle distese di lava depositate dai vulcani. E Giacomo Leopardi non è stato il solo ad apprezzare queste loro virtù.

 

La ginestra dei carbonai

Sin qui abbiamo impiegato di proposito il termine italiano ‘ginestra’, perché ci pare giusto che esso indichi espressamente il più diffuso fra i non pochi arbusti che vengono chiamati con lo stesso nome, grazie ad una certa rassomiglianza soprattutto dei fiori. Dunque, la pianta leopardiana di cui s’è detto poc’anzi è la ginestra per eccellenza, quella che i botanici chiamano Spartium junceum avvertendoci che il genere Spartium, quasi a voler sottolineare il proprio primato, è costituito da una sola specie. Ma di ‘ginestre’, cioè di arbusti che rassomigliano alla regina, ve ne sono diverse altre: in primo luogo Genista (che merita una trattazione a parte), e poi Ulex, Chamaecytisus, Teline e in particolare quel genere Cytisus, su cui si appuntano le attenzioni di chi ama colorare i giardini con arbusti rustici, generosi e soprattutto estremamente facili da coltivare. I citisi – lasciamo a Spartium il titolo di ‘ginestra’ – sono abbastanza numerosi: più di trenta specie in tutto il mondo (di cui sette-otto allignano nel territorio italiano) che vivono in condizioni ambientali assai diverse, dai pendii erbosi ai cespuglieti e dai boschi di latifoglie ai pascoli aridi. In particolare è importante osservare l’habitat di una delle specie fondamentali per la flora ornamentale, Cytisus scoparius, poiché è sempre opportuno apprendere dalla natura quali siano le esigenze basilari delle piante che vogliamo inserire nei nostri giardini. Chiamato popolarmente ‘ginestra dei carbonai’, questo arbusto alto da 1 a 3 metri nasce nei luoghi cespugliosi e nelle brughiere su substrati sciolti, sabbiosi e sempre più o meno acidi. La sua chioma, con caratteristica forma di scopa, è costituita da numerosi rami eretti, verdi, flessibili e con spigoli ben evidenti: caratteristica quest’ultima che lo differenzia da Spartium, che invece possiede fusti cilindrici. Le foglie sono poco numerose e suddivise in tre lobi (in Spartium sono semplici e cadono precocemente), mentre i fiori, colorati di un bel giallo oro, compaiono sui rami dell’anno precedente, sono grandi 2-3 cm e danno origine a legumi che, in autunno, si aprono con violenza lanciando i loro semi a qualche metro di distanza.

I citisi più comuni

Il fratello più elegante di C. scoparius è il marocchino C. battandieri oggi ribattezzato come Argyrocytisus b. (, che però si presenta con le caratteristiche di un alberello, toccando anche 4-5 m d’altezza. Dotato d’un portamento eretto e non troppo compatto, esso si avvale di infiorescenze alte circa 15 cm con fiori giallo limone, che, profumando di ananas, sbocciano in maggio-giugno e che sono poi accompagnati da belle foglioline setose e un po’ argentate. Una seconda specie, C. multiflorus, vanta notevoli benemerenze nel settore della flora ornamentale, se non altro perché, incrociata con C. purgans, ha dato vita a C. x praecox, un ibrido ricco di varietà orticole. Anche la specie-madre (2-3 m), tuttavia, è interessante, a motivo dell’enorme quantità di fiorellini bianchi che sul finire della primavera ricoprono i numerosi rami eretti. C. x praecox (70-150 cm) invece, è davvero una ginestra spettacolare, con i suoi numerosissimi rami eretto-arcuati che in maggio formano masse compatte e densamente fiorite. Un secondo incrocio, avvenuto fra C. multiflorus e C. scoparius, ha originato C. x dallimorei, con varietà alte attorno ai 200-240 cm, abbastanza simili a C. scoparius. Altri due begli ibridi sono C. x beanii (40 cm) e C. x kewensis (30 cm), ma con loro si entra nel campo degli arbusti di taglia nana con portamento decombente o prostrato. In entrambi i casi, infatti, uno dei genitori è C. ardoini, una specie alpina (Francia), non più alta di 60 cm e spesso fortemente prostrata al suolo (20 cm), con fiori di un giallo intenso raggruppati a 1-3 alle ascelle delle foglie. Va infine ricordato che, con C. x praecox e con C. scoparius, i costitutori di nuove forme orticole si sono davvero divertiti nel dare origine a decine e decine di cultivar, puntando non solo sulle differenze di portamento, ma soprattutto sul colore delle corolle, così da modificare l’impostazione della natura che ha voluto marchiare questi fiori con una decisa predominanza del giallo.

 

Caratteristiche in breve: 

  • Cytisus battandieri: 4-5 m di altezza, portamento eretto, fiori giallo limone a maggio-giugno 
  • Cytisus multiflorus: fiorellini bianchi a fine primavera 
  • Cytisus x praecox (C. multiflorus x C. purgans): 70-150 cm di altezza spettacolare, rami eretto-arcuati fioriti a maggio 
  • Cytisus x dallimorei (C. multiflorus x C. scoparius): 200-240 cm di altezza 
  • Cytisus x beanii: 40 cm di altezza, portamento prostrato 
  • Cytisus x kewensis: 30 cm di altezza, portamento prostrato 
  • Cytisus ardoini: 60 cm di altezza, prostrata al suolo, fiori giallo intenso 
  • Cytisus decumbens: 10-30 cm di altezza, portamento strisciante 
  • Cytisus canariensis: sino a 2 metri di altezza, sempreverde, fiori gialli profumati 
  • Cytisus grandiflorus: 2-3 metri di altezza, portamento eretto ascendente, fiori gialli molto grandi 
  • Cytisus striatus: sino a 3 metri d'altezza, fiori molto grandi 
  • Cytisus procumbens: 20-40 cm di altezza, portamento vario 

Le specie più insolite

Fin qui si è parlato delle specie e degli ibridi che più comunemente si trovano in tutti i vivai ben forniti, ma non si deve pensare che il mondo dei citisi abbia termine qui. Altre specie meno usuali sono talvolta reperibili presso collezionisti e appassionati d’arbusti insoliti, che poi tanto insoliti non dovrebbero essere, se si pensa che alcuni di loro crescono allo stato spontaneo anche nel nostro Paese: è il caso, ad esempio, di C. decumbens, interessante per il suo portamento strisciante con fusto di 10-30 cm., abbastanza diffuso nel Meridione e soprattutto nel Gargano. Dalle isole Canarie arriva appunto C. canariensis (fino a 2 m) sempreverde nelle aree meno fredde e dotato di molti rami: belli i suoi fiori gialli, alti più di 1 cm e intensamente profumati. D’origine iberica è invece C. grandiflorus (2-3 m) dal portamento eretto-ascendente, con fiori gialli che toccano i 2.5 cm di diametro. Dai medesimi territori proviene anche C. striatus, che è pure dotato di fiori molto grandi e che può raggiungere l’altezza di 3 m. Abituato alle praterie asciutte e alle boscaglie aperte dei Balcani è invece C. procumbens, di taglia nana (20-40 cm), con portamento che può essere di volta in volta eretto, prostrato o decombente, e con infiorescenze a racemo di 10-15 cm.

I cugini nani

Nella lingua greca, il termine chamai significa ‘per terra’, ‘sul suolo’ e i botanici l’hanno adottato in tutti quei casi in cui avevano necessità di indicare piante nane e striscianti. Così è anche nel settore delle ‘ginestre’, dove però si sono verificati alcuni travasi di specie da genere a genere. In particolare, una certa sovrapposizione di piante è avvenuta fra Cytisus e Chamaecytisus, tanto che tuttora è facile imbattersi in denominazioni diverse che però indicano la stessa specie. E’ il caso di Cytisus / Chamaecytisus supinus, ma anche delle specie Cy. / Ch. hirsutus, purpureus, glaber e così via. Il curioso è che non sempre gli scienziati mantengono le promesse iniziali, come prova il fatto che in Chamaecytisus compaiono piante che sono tutto meno che striscianti: si pensi a C. proliferus, i cui fusti sottili arrivano all’altezza di 5 metri! In ogni caso, il genere Chamaecytisus presenta notevoli analogie con il cugino maggiore, tanto che, a livello pratico, sia per la coltivazione sia per la potatura vanno eseguite le medesime operazioni. 

In giardino

Ancor prima di acquistare esemplari di Cytisus (oppure di Spartium o Chamaecytisus) è bene, in considerazione della forte diversità delle loro dimensioni e dei loro portamenti, aver chiari in mente gli obiettivi estetici, architettonici e funzionali che vogliamo raggiungere. Una volta stabilita la nostra meta e, di conseguenza, valutate le rispettive caratteristiche delle numerose specie e varietà, non incontreremo più grossi problemi. In giardino, queste piante sono utilissime in un gran numero di situazioni. Ovviamente, le specie nane, C. x beanii, C. ardoini e soprattutto le Chamaecytisus più note, sembrano fatte apposta per decorare i giardini rocciosi, ma anche per tappezzare aree di terreno che ci sembrano troppo ‘vuote’. Le specie e le cultivar decombenti, quali sono C. x kewensis, C. procumbens e simili, presentano un forte impatto scenografico se sono fatte crescere ‘a cascata’, magari per ricoprire dall’alto un muro a secco o più semplicemente i margini di un’aiuola rialzata. Anche la bordura mista e la bordura d’arbusti sono luoghi deputati ad ospitare i citisi: quelli di taglia bassa, come C. x beanii, saranno messi a dimora in primo piano, mentre quelli più alti, soprattutto i numerosi ibridi di C. x praecox e C. scoparius, saranno distribuiti sullo sfondo, curando che il colore dei loro fiori si armonizzi in modo piacevole con le piante più vicine. Ad esempio, una delicata bordura mista improntata ai colori pastello può essere ottenuta accostando le foglie argentate di Helichrysum petiolare ‘Limelight’ e di Stachys byzantina alle masse di fiori color crema (e dolcemente profumati) di un esemplare di C. x praecox. Per sottolineare i cambiamenti di colore nel corso della primavera, gli spazi interposti fra queste piante potranno essere riempiti da tulipani bianchi o di colore pastello, come ‘White Triumphator’ e ‘Angelique’.

Coltivazione

Scelta del sito ed esposizione: i citisi preferiscono il sole pieno, ma sopportano la mezz’ombra specialmente nelle aree più calde del nostro Paese. Tutte le specie e tutti gli ibridi più comuni (fatta eccezione per C. canariensis, più delicato) tollerano temperature invernali rigide, anche sotto i –15°C.

Il suolo: sono piante che accettano qualunque situazione sia loro imposta, anche se va ricordato che Spartium junceum gradisce il substrato alcalino, mentre Cytisus scoparius preferisce il terreno un po’ acido. In ogni caso esse si adattano anche a suoli aridi oppure ricchi di sabbia, argilla e pietre. Si deve invece curare che il terreno sia ben drenato e non troppo fertile.

Messa a dimora: è questa l’unica attenzione veramente importante: i citisi non gradiscono che il loro apparato radicale sia disturbato dopo la messa a dimora. Di conseguenza, è meglio utilizzare piante in vaso, dal quale il pane di terra va estratto intero e con cura: la pianta, poi, non va più toccata. L’operazione va effettuata in ottobre o all’inizio della primavera.

Cure colturali: i citisi a portamento eretto, con il passare degli anni, tendono a spogliarsi nella parte inferiore della pianta, spostando così la chioma verso l’alto in modo esagerato. Per rallentare questo processo, essi vanno potati leggermente ogni anno, evitando sempre tagli drastici. Va poi ricordato che alcune specie (fra cui l’importante C. scoparius e i suoi ibridi) fioriscono sui rami dell’anno precedente, così che le eventuali potature vanno effettuate, sempre annualmente, subito dopo la fioritura, eliminando il ramo dell’anno precedente fino a due terzi della sua lunghezza, senza mai toccare il legno di due anni prima. Le specie e gli ibridi prostrati e decombenti, invece, hanno una crescita più compatta e quindi la potatura rischia di alterare le caratteristiche del loro portamento: meglio, quindi, astenersi dal tagliare e, casomai, cercare di evitare lo sviluppo dei legumi.

Malattie: i citisi non soffrono di particolari malattie, ma, in compenso, non hanno vita lunghissima: spesso vanno sostituiti dopo una decina d’anni (che non è poca cosa, come scrive la paesaggista Vita Sackville-West).

Moltiplicazione: in primavera, i semi delle specie sono posti nei contenitori in cassone freddo; le giovani piantine vanno poi rinvasate singolarmente in vasi non più larghi di 10 cm, a loro volta interrati in campo. La messa a dimora definitiva avviene in ottobre. Come sempre, gli ibridi e le cultivar vanno moltiplicati per talee semi-mature (di circa 10 cm), curando di prelevarle, in tarda estate, con una piccola porzione del ramo portante. Esse vanno poste, in ambiente riscaldato a18°C, in un miscuglio di sabbia e torba dove radicheranno in 4-5 settimane. Le talee radicate vanno poi invasate in contenitori del 10, che vengono poi interrati. La definitiva sistemazione a dimora avviene nella primavera successiva.

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Giulio Farinelli dell'Azienda Florovivaistica il Sughereto, un piccolo vivaio nato dall'esuberante passione per le orchidee, seguita poi da studi e dedizione per coltivazione amatoriale di questa pianta. Qui ricorda le norme di coltivazione di alcuni ibridi del genere Cymbidium, selezionati per la loro più facile manutenzione.


 

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