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Giglio martagone

di Alessandro Mesini
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  • Giglio martagone (Lilium martagon) disegno di Gabriella Gallerani
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Giglio martagone (Lilium martagon)

 

Pianta sacra al dio della guerra Marte, cui deve il nome, Lilium martagon, accompagnava gli antichi soldati sul campo di battaglia perché ritenuto valido amuleto. A dispetto di tanta bellicosità il giglio martagone è pianta discreta e di rara eleganza pur essendo annoverato di certo fra i fiori più appariscenti ed apprezzati dell’intera flora montana. Più raro che in passato, per via della raccolta indiscriminata, si trova con maggior frequenza lungo i sentieri che percorrono la parte bassa della valle. Fiorisce nei pendii esposti al sole, nei prati riconquistati dalla flora spontanea, nei pascoli umidi e, inaspettato, fra gli arbusti. In suoli calcarei, neutri e debolmente acidi, dai 300 sino a 2.000 metri di quota, sulle Alpi e sugli Appennini. Colpisce per le sue forme preziose, per il colore delicato impreziosito dagli stami ricchi di polline, e per l’alto numero di fiori, fino ad una ventina, che una pianta può portare. Fiorisce in estate, i bulbi che radicano in terreni ben esposti e a bassa quota fioriscono in giugno, anche per sfuggire alla siccità estiva, i bulbi che radicano in quota, in terreni umidi e non sempre soleggiati fioriscono in luglio, o anche più tardi.

 

Le foglie, tipiche delle bulbose, lunghe fino a 15 cm, sono di forma ellittica, terminanti a punta. Si possono dividere secondo la localizzazione lungo il fusto in inferiori, medie e superiori. Quelle inferiori, alla base del fusto, sono poche, ma lunghe; quelle in posizione mediana sono raggruppate in verticilli che contano fino a dieci elementi, quelle superiori, prossime ai fiori, sono di dimensioni ridotte.

 

I fusti, solo apparentemente fragili, sempre eretti, sono macchiati di scuro e raggiungono un’altezza che va dai 40 cm fino ad oltre il metro.

 

I fiori, da tre fino a venti per la stessa pianta, di dimensioni leggermente crescenti dal basso verso l’alto, fino a 5 cm di diametro, sono raccolti in un lasso racemo terminale. Assumono la forma caratteristica perché i tepali, screziati in toni più scuri, si incurvano all’indietro fino quasi a toccare lo stelo. Talmente incurvati da far assumere alla struttura una forma quasi globosa che può ricordare per i ricchi colori quella di un turbante orientale o di un cuscino in ricchi tessuti. In questo modo, gli stami, in numero di sei, sono ancora più evidenti. La maggior parte dei fiori è portata leggermente reclinata o pendula. Il colore di fondo è rosa carico con puntinature color porpora o brune. Gli stami, grandi e pendenti verso il basso, sono di color rosso intenso.

 

I bulbi sono gialli e squamosi, fragili e particolarmente sensibili alla disidratazione. Per questa ragione non si consiglia di separare i bulbilli, ma di lasciarli in loco per incrementare i cespi.

 

Il giglio martagone è dotato di un fusto più robusto di quanto il diametro possa far pensare, capace di portare un gran numero di fiori. La forma del fiore rende visibile ed esalta il colore dei tepali a dispetto del portamento reclinato, i tepali sono curvati all’indietro così da formare una struttura sferica compressa simile ad un turbante turco. Tra la flora montana si riconosce anche per i grandi stami di colore giallo intenso portati penduli e ben visibili.

 

Coltivazione in giardino

In giardino i martagoni devono poter avere spazio per formare una macchia di colore intenso capace di svettare su fioriture più basse e in colore a contrasto.

Come tutti i gigli, temono i terreni pesanti, fradici e con ristagno. Non amano, quindi i suoli freddi e argillosi, e neppure quelli aridi e sabbiosi, ma prediligono suoli leggeri e ricchi di sostanza organica solo parzialmente decomposta.

Per porre a dimora i bulbi è necessario scavare una buca tre volte più profonda del bulbo stesso e tre volte più larga, mantenendo una distanza di 20 cm tra i bulbi. In caso di terreno inadatto lo scavo dovrà essere più profondo per predisporre un drenaggio con ghiaia, sabbia e terriccio acido scelto fra quello di bosco.

A primavera quando escono dal terreno, e prima della fioritura distribuire terricciato di letame molto maturo.

 

I gigli richiedono un’esposizione calda, ma non troppo asciutta, sempre protetta da venti dominanti, meglio se in ombra parziale, esposti al sole solo di mattino, perché consentirà ai fiori di durare più a lungo. Per prolungare il tempo di fioritura recidere al di sotto del calice i fiori appassiti.

Le bagnature devono raggiungere i bulbi che sono piantati ad una buona profondità, devono mantenere il terreno umido, ma sempre senza eccessi perché i gigli soffrono il ristagno. In terreni fradici i bulbi marciscono o sopravvivono solo per pochi anni dando vita a piante stentate con pochi fiori.

 

Per avere bulbi longevi rimuovere i fiori appassiti per impedire la formazione del seme che richiamerebbe per lo sviluppo sostanze nutritive sottraendole al bulbo. Non asportare le foglie perché sono queste che operano la fotosintesi clorofilliana trasformando acqua e anidride carbonica in zuccheri di riserva. Non recidere la pianta alla base fino a quando non secca in modo naturale, sostenendola anzi perché questa fase di bilancio positivo per il bulbo sia la più lunga possibile, continuando le bagnature e la fertilizzazione. Solo quando secco il fusto deve essere reciso alla base e si provvede a proteggere il bulbo con una ricca pacciamatura di terricciato di letame maturo.

 

N.B: Il giglio martagone è specie protetta. La raccolta della pianta, dei fiori e dei bulbi è sempre vietata, in qualsiasi stagione o luogo.

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