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Delphinium

di Paolo Cottini
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Ci sia concesso, una volta tanto, di parlare di un genere che non è alla portata di tutti. I Delphinium, infatti, non sono facilmente coltivabili, non certo a causa dell’impreparazione del giardiniere o perché sia molto difficile acquistarne le piante o i semi, ma più semplicemente per motivi di natura ambientale e climatica. A scanso di equivoci e giustificate proteste, è meglio precisare subito che una buona fetta dello Stivale, per non dire la maggior parte, presenta condizioni di base che non consigliano affatto l’impiego dei D. nei nostri giardini. Parliamo, naturalmente, dei D. perenni, perché al contrario le specie annuali s’incontrano frequentemente, e da molto tempo, anche presso di noi, soprattutto nelle regioni centro-meridionali. La maggiore difficoltà è determinata dal nostro clima estivo, che in molte aree mediterranee del Paese è caldissimo e in pari tempo secco, un abbinamento detestato da piante che in natura sono abituate a temperature estive contenute, in unione con una certa umidità atmosferica oltre che con una notevole ventilazione. Per l’Italia, sono dunque indicati i giardini situati in aree di mezza montagna, sopra i 700-800 m, non necessariamente solo al nord, ma il successo dipende anche da altri fattori: umidità, venti, concimazione ecc. Superati i piccoli problemi pratici, tutti facilmente risolvibili poiché svincolati dalle condizioni climatiche, i Delphinium regalano fioriture e strutture decorative pressoché impareggiabili, tanto che è opportuno usarli con moderazione per non correre il rischio di soverchiare le specie che le accompagnano. Magari non riusciremo ad eguagliare lo spettacolo (talvolta perfino esagerato, ammettiamolo) di certe bordure anglosassoni, ma perché rinunciare in partenza ad un simile festival di colori?

 

In breve

Tipo di pianta: erbacea perenne o annuale

Famiglia: Ranunculaceae

Parenti stretti: Aconitum, Consolida, Ranunculus, Thalictrum.

Dimensioni: altezza: 10-250 cm; ampiezza: 20-80 cm

Portamento: eretto

Foglie: alterne, palmate o digitate

Colore foglie: verde chiaro o scuro

Fiori: 5 sepali con lungo sperone; 2-4 petali piccoli, multicolori

Profumo: no

Fioritura: primaverile-estiva

Rusticità in Italia: buona nelle aree temperate e ventilate.

 

Un genere… generoso

In natura vive un numero molto consistente di specie di Delphinium. Non si sa bene se siano 200, 250 o 350 (secondo i botanici), ma in ogni caso si tratta di un genere molto ricco, che ha trovato l’ambiente più adatto alle proprie esigenze di vita in aree diverse dell’emisfero nord (ma anche dell’Africa centrale), tutte però connotate da un clima temperato. Sono tutte piante erbacee, in massima parte perenni dal portamento ben eretto, ma dotate anche di ramificazioni laterali. Le loro foglie, palmate o digitate, sono più grandi alla base della pianta, di un bel verde scuro o medio. I fiori, raccolti in racemi o in spighe, sono formati da 5 sepali simili a petali, di cui 4 sono ovali ed 1 trasformato in un lungo sperone a tubo. I veri petali sono 4, divisi in due paia diseguali, di norma più scuri dei sepali. La varietà dei colori, nelle forme ibridate, è eccezionale, anche perché il genere D. è uno dei pochi a essere dotato di tutti e tre i colori primari, in tre specie diverse.

 

Delphinium e Consolida

L’uso del termine latino “delphinium” è spesso improprio, perché in molti casi ci si riferisce a piante botanicamente diverse. Le denominazioni volgari, da parte loro, non aiutano ad operare una netta distinzione, perché è assai diffuso l’uso del termine “speronella” per indicare sia i Delphinium, sia le specie del consimile genere Consolida. E’ forse utile ricordare che, mentre le Consolida sono piante esclusivamente annuali (come la nota C. ajacis), i Delphinium sono in prevalenza perenni, fatta eccezione per alcune annuali, come D. staphysagria e D. peregrinum.

 

Ibridazione

Le specie botaniche, che non sono facilmente reperibili in Italia, vengono perlopiù impiegate sia come perenni sia in funzione di annuali per disporre di una ricca fioritura tardo-primaverile nelle bordure. La loro altezza è assai variabile, secondo le specie, ma di norma s’aggira sui 20-60 cm, arrivando a toccare i 120 cm con D. altissimum. Del tutto differente è il discorso riguardante gli ibridi, la cui storia ebbe origine in Germania verso la metà del XIX secolo, con l’obiettivo di ottenere piante longeve, sane e con colori netti. Il massimo della spettacolarità si raggiunge invece con gli ibridi giganti perenni, ottenuti lavorando su D. elatum, molto variabile in natura, oppure incrociando D. elatum con D. grandiflorum (D. x belladonna): alcuni di loro, in condizioni ottimali, arrivano ad un’altezza di circa 220-250 cm. In California, invece, per ragioni climatiche, i “Pacific Hybrids” sono coltivati soprattutto come annuali.

 

Gli “Elatum”

Dalla specie D. elatum, diffusa fra l’Europa centro-meridionale e la Siberia, ma anche da altre forme coltivate, sono stati ottenuti numerosi ibridi perenni, denominati collettivamente come “Elatum”, caratterizzati da spighe molto consistenti. Per generazioni, sono stati selezionati in modo da ottenere soprattutto un fiore assai vistoso, doppio o semidoppio, con due “corone” di sepali tutti colorati: una esterna di 5 elementi grandi e una interna di 8 elementi più piccoli. Il centro del fiore (“occhio”) è pure provvisto di un numero maggiore di petali. Si dividono in gruppi, secondo l’altezza, da 90 a 220-250 cm. La tavolozza di colori è quasi infinita: bianco, crema, malva, rosa carne, violetto e, ovviamente, tutte le tonalità del tipico blu.

 

Coltivazione

Terreno. Il normale terreno da giardino, possibilmente un po’ acido, va benissimo, ma è meglio prepararlo in anticipo, aggiungendo un composto ben maturo e un concime generico, come il sangue secco o la farina di pesce. E’ invece essenziale che non si verifichino ristagni d’acqua.

Esposizione. Secondo la quota a cui si trova il giardino, i D. richiedono una discreta esposizione al sole, ma nel nostro Paese, di norma, è preferibile una mezz’ombra leggera, magari creata dal fogliame di un acero o di un frassino.

Temperatura invernale. I D. non temono i rigori dell’inverno.

Coltivazione. Il periodo migliore per la messa a dimora di piante adulte è la primavera, mentre per le talee radicate si sceglierà l’autunno. Le piante che si sono ben adattate e sviluppate richiedono una concimazione annuale alla base, usando un fertilizzante generico e magari ricoprendo il suolo con pacciamatura, allo scopo di ridurre la perdita di umidità. In considerazione della loro altezza, è assolutamente necessario assicurare le piante ad un tutore per impedire al vento di abbatterle. A questo scopo, è raccomandabile formare una sorta di trespolo a tre gambe, magari usando comuni canne di lago, fissate con filo da giardino. E’ invece sconsigliato legare direttamente gli steli ai tutori, perché quasi certamente i fiori verrebbero strappati via.

Annaffiature.  Dopo la messa a dimora primaverile, occorre bagnare generosamente e proseguire con annaffiature ad intervalli regolari, soprattutto se nel frattempo è sopraggiunto il caldo estivo.

Malattie. Il nemico principale è l’oidio, specialmente per le varietà a fiore violetto. Le piante non devono essere troppo vicine fra loro e si deve garantire una buona circolazione d’aria. Va usato un fungicida sistemico prima che i boccioli si aprano.

 

Moltiplicazione

Seme- Seminare a febbraio sulla superficie di una composta da seme in un vassoio; coprire con polietilene nero e mantenere una temperatura di 16°C. Dopo 10 giorni, iniziata la germinazione, togliere il polietilene e ricoprire i semi con vermiculite. Quando le plantule sono abbastanza grandi da poter essere maneggiate, ripicchettare in vasetti del 9. Fare svernare le piante all’aperto gradualmente e metterle a dimora in giugno. Alcuni iniziano l’intero processo a giugno e lo terminano a settembre.

Talea- Verso marzo, prelevare giovani getti, sani e robusti, di circa 7-10 cm, più vicini possibile al cespo, evitando il materiale nerastro. Ripulire dal terriccio, usando una spazzola soffice e acqua. Eliminare le foglie inferiori, mantenendone una sola. Immergere le talee in un fungicida appropriato. In serra, piantarle in vasi semipieni di perlite e porre questi ultimi in un vassoio con acqua sufficiente per bagnarne la base. Conservare i vasi a 14°C. in posizione ben illuminata, ma non al sole diretto. Le talee radicheranno entro circa un mese, ma vanno sempre controllate, eliminando il materiale danneggiato. Una volta radicate, le talee vanno trasferite in vasetti del 9, con composta da talea e 10% di perlite, assicurandole stabilmente al terriccio, in un luogo asciutto. Quando si sono stabilizzate, le talee vanno poste all’aperto per ambientarsi e messe a dimora in maggio.

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