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Arnica

di Alessandro Mesini
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Arnica, Arnica montana
 
Una pianta di montagna, una pianta povera
L’arnica cresce in montagna nei prati e nei pascoli, ravviva con il suo splendido colore il verde intenso delle montagne a partire dagli ottocento metri d’altitudine fino ad oltre i duemila, da giugno fino ad agosto secondo l’altitudine, dell’esposizione e dell’andamento stagionale.
Non ha grosse esigenze e si adatta con facilità ai terreni poveri dei prati-pascoli di montagna prediligendo i suoli calcarei e, se non fosse per il disco dorato delle sue corolle, non ci accorgeremmo della sua presenza.
L’arnica, infatti, è una pianta povera, di nessuna utilità pratica, di nessun pregio alimentare, di sapore così sgradevole che persino gli animali lasciati al pascolo la ignorano assicurandole in tal modo un’ottima probabilità di sopravvivenza.
Come tutte le piante impiegate un tempo è una pianta povera anche nel suo uso specifico, come tabacco da pipa, perché ora è completamente negletta, sostituita dal più rigoglioso e più addomesticato tabacco.
 
La luce che salva l'amico
Una leggenda narra che in un villaggio montano il maligno rendeva impossibile festeggiare la Pasqua secondo i più sacri dettami, perché sottraeva tutti gli agnelli nati nell’anno prima della festa. I pastori erano terrorizzati, ma due giovani amici vollero per una volta sfidare il demonio vegliando giorno e notte sul gregge. Dopo essere stati beffati a più riprese i due si risolsero a tentare l’impossibile: attaccare loro stessi il nemico. Armatisi di forche lo attesero, ma non riuscirono nell’intento di sconfiggere un così navigato avversario, anzi, il diavolo, irato da tanto ardire, rapì agli inferi uno dei due affermando che lo avrebbe liberato solo quando l’altro sarebbe stato in grado di portare la luce nel regno oscuro.
Dopo essersi disperato, l’unico guardiano rimasto chiese protezione agli angeli e da questi ebbe un segreto consiglio. Il giovane nascose nelle sue tasche i semi dell’arnica raccolti sul pascolo, bagnati con l’acqua del fonte battesimale e attese di nuovo la notte. Attaccò ancora il maligno così da indurlo a rapire pure lui verso la terra degli inferi. Una volta ricongiuntosi all’amico il giovane pastore sparse intorno a sé i semi dell’arnica che subito germogliarono anche in quel terreno povero e sassoso; la loro crescita, tanto erano amari, non interessò le creature della tenebra e quando le loro splendide corolle si aprirono all’improvviso, fu come se tante piccole luci come quelle delle stelle avessero osato sfidare la notte.
Pur tuonando come nei migliori temporali che si ricordino il maligno dovette dichiararsi sconfitto e rilasciò i due amici sul pascolo insieme con una miriade di agnelli non più bianchi, ma neri come la pece.
 
La china dei poveri
Il termine greco “ptarmike” sembra essere la radice del nome arnica derivato per alterazione. “Ptarmike” significa starnutire e questo richiamerebbe già dall’antichità più remota l’impiego dell’arnica come pianta da tabacco.
La grande fortuna dell’arnica come pianta medicamentosa arriva nel XXI° secolo e fra le voci più importanti ricordiamo Antonio Campana nella sua “Farmacopea ferrarese” del 1821 e nel 1854 il farmacologo francese A. Bouchardat.
Dato il suo impiego nelle febbri intermittenti e adinamiche era chiamato anche “china dei poveri”, perché la china vera e propria raggiungeva allora sul mercato erboristico quotazioni non a tutti accessibili.
 
Arnica velenosa
Se intendiamo raccogliere l’arnica per impiegarla a livello di piacevole e riuscita curiosità come tabacco ricordiamoci di non estendere in alcun modo il suo uso. L’uso dell’arnica come pianta medicamentosa deve essere prescritto e seguito da un medico. Fra le sue proprietà che possono essere sfruttate utilizzando dei dosaggi da calibrare sui singoli casi, e dunque da mano esperta e competente, ricordiamo quella che più ha contribuito a renderla famosa tanto da valerle l’appellativo di “panacea per le cadute”. L’arnica in applicazioni esterne aiuta i tessuti a riformarsi, ad eliminare i versamenti di liquidi, a riassorbire gli ematomi. Ingerita può essere tossica anche a bassi dosaggi.
 
Riconoscerla è facile
L’arnica è pianta erbacea perenne caratterizzata da un rizoma cilindrico di colore nocciola chiaro e dallo scapo villoso a portamento eretto che raggiunge i 50 centimetri e, nelle praterie miste molto rigogliose, li supera con facilità rimanendo di dimensioni più contenute nei prati in quota.
Le foglie sono sessili con nervatura evidente di forma bislunga ed ellittica, più larghe nella rosetta basale su cui si innesta lo scapo e più lanceolate verso l’alto. Le foglie sullo scapo si presentano opposte. La consistenza è coriacea.
Il fiore è una classica infiorescenza a capolino che richiama nella struttura la conosciutissima margherita: fiori ligulati a formare una corolla periferica e fiori tubulosi centrali. Entrambe di colore giallo oro, ma sono possibili viraggi verso l’aranciato. Il diametro dei grandi capolini solitari raggiunge i 5-6 centimetri, ma non è raro incontrare esemplari di ben 8 cm. di diametro.
L’involucro del fiore è villoso.
Il fiore si trasforma in un pappo che ricorda quello del dente di leone, ma assai più grande e di colore più scuro, mai bianco, ma tendente, per le trasparenze degli spazi vuoti, all’écru. Il frutto vero e proprio è un achenio dotato di una struttura “volante” che facilita la dispersione.
Il suo areale di diffusione è vastissimo, interessando l’Europa centrale e meridionale, il Nord America e l’Asia centrale. 

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Giardini di gennaio/febbraio'12 è in edicola!

 

Nei numeri scorsi di Giardini abbiamo incontrato numerosi nuovi amici...

Valerio Gallerati e gli arbusti del suo Vivaio Vita Verde, un vivaio nato con la coltivazione di giovani piante forestali, ora, grazie alla sua ricerca di essenze meno diffuse,  anche produttore di essenze autoctone legnose rare, endemismi italici della flora legnosa, frutti selvatici, giovani piante da rimboschimento.

Maurizio Feletig esperto di arbusti da bacca e di rose antiche che produce nell'Azienda Agricola Feletig, ad Arignano in provincia di Torino.

Tullio Destefano de L'erbaio della Gorra che ritroviamo con la moglie Valentina Povero nelle mostre di primavera sempre tra i colori e i profumi delle sue festose erbacee, di cui descrive stagione per stagione le fioriture più belle.

Flavia Angotti cura, con il marito Aldo, il Biovivaio Granburrone, un vivaio biologico posto tra le colline umbre, in un ambiente incontaminato, dove produce, nel pieno rispetto della natura e dei suoi ritmi, piante officinali e aromatiche, collezioni di lavande e cisti.

Elisa Benvenuti del piccolo vivaio fiorentino Le essenze di Lea che coltiva e commercializza numerose e rare varietà di salvie ornamentali  e che descrive con la passione del collezionista.

Davide Picchi sempre alla ricerca di piante rare, racconta i suoi viaggi e le specie insolite che poi coltiva acclimatandole nel suo vivaio-giardino La Casina di Lorenzo in provincia di Lucca.
 
Il giovane vivaio di Alice Galante, Lilium Aquae, offre forse le specie tra le più spettacolari, nato dal desiderio di divulgare e condividere la poesia del giardino d'acqua, presenta su Giardini ninfee, fior di loto e piante palustri.

Ugo Fiorini riscopre e riproduce antiche varietà di frutti nel suo Vivaio Belfiore, posto sulle colline di Firenze, all'interno di grande parco di conservazione di essenze rare, dove organizza anche numerose attività collaterali, come percorsi didattici e corsi di coltivazione e potatura biologica, corsi d’innesto e difesa delle piante con prodotti naturali.


... e molti altri ne incontreremo quest'anno! Già in questo primo numero di gen/feb'12...

Maurizio Casale di Phytotrend, specializzato nella coltivazione di graminacee, crea giardini a bassa manutenzione e ridotti consumi idrici, qui presenta Muhelembergia dubia, un'erba ideale per zone con estati calde e aride.

Fabio Giani di Vivai Giani specializzatosi in piante rampicanti dopo un'esperienza di giardiniere in piccoli giardini torinesi dove l’esigenza di schermare pareti e ringhiere richiama l’interesse per queste piante. Qui descrive Lonicera similis var. delavayi, un rampicante profumato e sempreverde.

Pierlorenzo Marchiafava nel suo Vivaio Conifere Esotiche produce da seme e coltiva 57 specie di pini rari e di grande potenzialità ornamentale e paesaggistica. Qui suggerisce Pinus yunnanensis, un pino dall'apparente leggerezza evidente al minimo soffio di vento, in contrasto con la sua grande robustezza e resistenza anche a forti venti.

Giulio Farinelli dell'Azienda Florovivaistica il Sughereto, un piccolo vivaio nato dall'esuberante passione per le orchidee, seguita poi da studi e dedizione per coltivazione amatoriale di questa pianta. Qui ricorda le norme di coltivazione di alcuni ibridi del genere Cymbidium, selezionati per la loro più facile manutenzione.


 

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