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Aceri giapponesi

di Paolo Cottini
  • Alberi
  • Piante

 

 

 

Anche senza pensare ai numerosi impieghi pratici di foglie, fiori e frutti che gli aceri hanno da sempre offerto all’uomo, una “riscoperta” di questi alberi sotto il profilo estetico avvenne solo nella prima metà del Settecento, quando, sopitosi l’entusiasmo per il classico giardino ‘all’italiana’, che prevedeva l’uso quasi esclusivo di sempreverdi, i grandi architetti francesi iniziarono a introdurre nei parchi quantità sempre più consistenti di specie a foglia caduca. Dapprima in compagnia di carpini e querce, poi con faggi e altri alberi esotici, gli aceri conobbero in seguito una stagione ancor più fortunata durante l’esplosione del cosiddetto giardino “all’inglese”, anche perché le loro caratteristiche morfologiche si prestavano ottimamente alle architetture e ai giochi cromatici di questo stile. Attualmente, decantata almeno in parte l’ebbrezza per le ‘mode’ e soprattutto per gli schemi troppo rigidi, ci si rende conto che degli aceri quasi non si può fare a meno, anche se gli spazi a nostra disposizione si sono ridotti, mentre, all’inverso, l’offerta sul mercato si è enormemente ampliata, grazie alla produzione ininterrotta di nuove specie e soprattutto di nuove varietà. In questo quadro, fra le 150 specie che vivono sulla faccia della terra, ve ne sono alcune che – per grazia particolare, portamento, struttura del fogliame e colorazione autunnale, non meno che primaverile – spiccano su tutte le altre, formando addirittura un gruppo che, con un’espressione semplice e felice, le accomuna: i cosiddetti ‘aceri giapponesi’.

 

Simili ma diversi

Il Giappone, si sa, è per noi lontanissimo sia geograficamente sia culturalmente, ma dobbiamo ammettere che da qualche tempo, a partire almeno dalle famose spedizioni ottocentesche dei “cacciatori di piante” soprattutto britannici, le distanze si sono un poco ridotte, consentendo in tal modo qualche forma di scambio per così dire “globalizzato”. Nel settore delle piante ornamentali, poi, quella terra ci ha inviato innumerevoli contributi, uno più prezioso dell’altro, tanto da indurci a coniare espressioni diventate ormai proverbiali, come i “ciliegi giapponesi” o, appunto, gli “aceri giapponesi”. Quest’ultima formula, naturalmente, può essere usata in senso stretto o in senso lato, secondo le piante cui intendiamo riferirci. Nel linguaggio orticolo più comune, di norma essa indica quasi esclusivamente la specie Acer palmatum, con il suo amplissimo corteggio di varietà coltivate, al massimo estendendosi anche ad una seconda specie, Acer japonicum, che di cultivar ne può vantare una quantità assai più modesta. Se invece lo sguardo si apre ad altri aceri, pure originari del Giappone (ma spesso non solo di quel Paese) che in qualche misura richiamano il fascino dei primi due, allora il gruppo si allarga ad almeno una ventina di specie. Un minimo comun denominatore, però, sta alla base di tutte le 150 specie di aceri, non solo di quelle “giapponesi”, con caratteristiche che le rendono facilmente riconoscibili rispetto a qualsiasi altra pianta. Quasi tutti decidui, gli aceri sono dotati di frutti singolari, tecnicamente chiamati “disamare”, che, staccandosi dalla pianta, scendono come pale d’elica per provvedere alla disseminazione favorita dal vento. Le loro foglie – semplici e opposte –  sono quasi sempre a 3 o 5 lobi, ma in alcuni casi (come in Acer negundo) sono composte da 3 a 7 segmenti. Per il resto, la natura ha provveduto a conferire loro aspetti anche fortemente differenziati, soprattutto per ciò che attiene al portamento, tanto che possiamo incontrare aceri arbustivi quasi nani, o viceversa alberi alti anche oltre 40 metri, come il comune acero di monte (Acer pseudoplatanus).

Il termine "aceri giapponesi" solitamente intende due sole specie:  Acer palmatum e Acer japonicum

 

Un abile trasformista: Acer palmatum

L’acero giapponese per eccellenza, A. palmatum, è una pianta davvero straordinaria già nel suo habitat naturale, che si estende per quasi tutto il territorio insulare giapponese, ma anche in altri paesi contigui. Botanicamente parlando, si tratta di una specie endemica dotata di alcune varietà e sottospecie naturali che vivono non solo in Giappone, ma anche nelle foreste della Corea, a Taiwan e in alcune province cinesi. Grazie alla sua adattabilità di base, essa si è adeguata a una serie di diverse condizioni del suolo oltre che a diversi tipi d’esposizione alla luce solare, senza curarsi troppo delle quote altitudinali, che infatti variano fra i 100 e i 1300 metri sul livello del mare. In sostanza, stiamo parlando di un arbusto-albero assolutamente plastico, geneticamente provvisto di una notevole tendenza a riprodursi in molteplici forme, che ovviamente hanno rappresentato un’autentica manna per coltivatori e amanti di giardini. Nella sua forma più comune, in natura, A. palmatum si presenta con una chioma piuttosto arrotondata, creata da rami sottili e glabri, che gli fanno raggiungere l’altezza massima di otto metri. Le foglie – che rappresentano una delle componenti più importanti della pianta dal punto di vista decorativo – appaiono quasi rotonde, larghe fino a 10 cm, di un verde molto brillante, con lamina palmata e lobi profondamente suddivisi, a loro volta di forma lanceolata od oblunga e doppiamente seghettati ai margini. Le varietà e le sottospecie naturali (var. palmatum, var. heptalobum, subsp. amoenum, subsp. matsumurae, subsp. pubescens) si differenziano fra loro essenzialmente per la forma di questi lobi, oltre che per le loro dimensioni, così che i coltivatori ne hanno tratto ampio giovamento nel loro lavoro di costituzione di cultivar.

 

Un lavoro di quattro secoli

Se vi è una certezza nel mondo orticolo, essa consiste nell’esperienza più volte dimostrata dai Giapponesi in tema di coltivazione di piante e, soprattutto, di creazione di nuove varietà. Si pensi solo al lavoro svolto su azalee, crisantemi, peonie, bonsai e, appunto, aceri, i loro alberi preferiti. Fu verso l’inizio del XVII secolo che l’orticoltura nipponica iniziò a prosperare, raggiungendo in breve un altissimo livello di sviluppo che, per ciò che riguarda gli aceri, ebbe il suo acme fra Settecento e Ottocento. Addirittura, il Giappone conobbe un’autentica “aceromania”, con giardinieri e “cacciatori di piante” che percorrevano le montagne non meno che parchi e giardini, alla ricerca di varietà e mutazioni naturali da sottoporre a coltivazione intensiva, al fine di soddisfare le brame tipiche dei collezionisti. Nel 1710 le cultivar erano già 36, ma aumentarono poi di anno in anno: 64 nel 1733, 202 nel 1882 e così via. Naturalmente vi furono anche periodi di decadenza, come ai primi del XX secolo e soprattutto dopo il 1940, durante i tremendi anni della guerra e del dopoguerra, quando molte varietà andarono addirittura perdute. Una decisa ripresa si ebbe negli anni ’70, con il recupero di vetuste cultivar quasi scomparse e con la costituzione di nuove, tanto da consentirci ora di poter scegliere fra diverse centinaia di forme, anche se si tratta di un campo minato, in cui le originali denominazioni giapponesi sono spesso tradotte male o usate impropriamente, con conseguente sovrabbondanza di nomi non validi.

 

Cinque gruppi

Si è detto più volte che l’acero palmato, oltre che sul portamento, gioca molte delle sue carte su due punti di forza: la forma delle foglie e il loro colore. I lobi appuntiti possono variare da cinque a undici, ma conta molto anche la profondità dei seni fra un segmento e l’altro: talvolta essa è appena accennata, ma in altri casi è tanto profonda da far pensare che le lamine siano state tagliate in modo artificiale con un paio di forbici, come nel caso della categoria detta Dissectum. In più, anche i margini seghettati appaiono assai variabili, mentre per ciò che riguarda i colori e le loro variegature si potrebbe scrivere un intero saggio di cromatismo vegetale. In poche parole, dalla specie-tipo A. palmatum e soprattutto dalle sue varietà e sottospecie naturali sono scaturite, quasi automaticamente, cinque ampie categorie di cultivar, ciascuna con proprie caratteristiche di base. La prima – detta ‘Palmatum’ - include le forme palmate con 5-7 lobi, comprendendo quindi quelle che fino a non molto tempo fa erano dette ‘Heptalobum’ (cioè con 7 lobi); la seconda, ‘Elegans’, riguarda le forme che hanno 7 lobi, i quali sono divisi sin quasi alla base e sono più ampi di quelli del gruppo seguente; la terza, ‘Dissectum’, è una delle più conosciute perché vanta alcuni fra i più famosi arbusti da giardino, dotati di foglie a 5-9 lobi, stretti e fortemente intagliati ai margini, tanto da ricordare le foglie delle felci; la quarta categoria, ‘Linearilobum’, è caratterizzata da foglie a 5-7 lobi, divisi sin quasi alla base, ma con margini dentati e non incisi; la quinta e ultima categoria è formata da piante con foglie variegate. Ovviamente, questa è una suddivisione di comodo, che non spiega tutto, poiché nell’uso pratico una grande importanza deve essere attribuita alla forma, al portamento e soprattutto al colore del tronco e del fogliame, che spesso varia in relazione al passare delle stagioni. Alcuni aceri sono alti ed eretti, altri invece possiedono una corona ampia e rotondeggiante, mentre altri ancora si arcuano oppure sono addirittura penduli (v. tabella).

 

In giardino e nel paesaggio

Gli aceri giapponesi sono alberelli che vengono spesso piantati isolati oppure anche in piccole masse, ma che, in ogni caso, non sono considerati piante da ombra, poiché raggiungono un’altezza abbastanza modesta, solitamente non superiore agli 8 metri in 50 anni. L’altezza, inoltre, varia in rapporto all’esposizione e al substrato, mentre numerose cultivar, specialmente del gruppo ‘Dissectum’ non superano i 2-3 m. Le cultivar dal fogliame verde si trovano bene al sole, ma se l’esposizione è eccessiva, possono scolorire, quindi è meglio che siano protette da un po’ d’ombra almeno di pomeriggio: un’operazione che è assolutamente necessaria per le forme ‘variegate’. Le cultivar del gruppo ‘Dissectum’ possono essere impiegate come esemplari isolati, soprattutto nel contesto di un bel prato verde, ma svolgono un ottimo ruolo anche nelle bordure miste oppure anche al bordo di una piscina, di una vasca o di un corso d’acqua, su cui riverseranno i loro rami penduli. Il loro portamento e la loro forma potranno essere apprezzati anche in inverno, quando le foglie saranno scomparse e noi avremo eliminato i rametti cresciuti disordinatamente all’interno della chioma. Le cultivar più erette e più alte, invece, hanno mille usi: come piante dominanti di un giardino roccioso; come componenti di un boschetto rado e dal fascino orientale; come elementi che segnalano un punto di passaggio nel giardino fra due aree arredate in modi differenti. La loro adattabilità a substrati diversi fa sì che essi tollerino bene suoli anche piuttosto acidi e quindi si potranno mettere a dimora accanto ad azalee, camelie, rododendri, kalmie, piccole conifere. Viceversa possono adattarsi anche a terreni meno acidi, anche se non amano un tasso eccessivo di alcalinità. In ogni caso, va sempre calcolato in anticipo l’effetto dei contrasti cromatici con le piante vicine, quindi, al momento dell’acquisto, dovremo informarci bene sul colore del fogliame sia primaverile sia autunnale. Se infine si decide di piantarli in masse, sarà bene ricorrere a cultivar diverse.

 

Coltivazione

Gli aceri giapponesi esigono un terreno moderatamente fertile e un po’ torboso, non calcareo ma anzi leggermente acido, fresco (non troppo secco in estate né inondato in inverno). La loro tolleranza riguardo la temperatura invernale è ottima, potendo essi sopportare anche i 25° C sotto zero: nelle aree più fredde, però, è meglio proteggerli alla base con foglie secche o paglia. Va scelta una posizione che risulti in mezz’ombra almeno per la seconda metà della giornata: essa gioverà alla stabilità dei colori della chioma, anche se le cultivar a foglie rosse preferiscono una buona illuminazione. Vanno evitati, in ogni caso, il pieno sole per l’intera giornata e l’eccessiva vicinanza a pavimentazioni o pareti che riflettano il caldo estivo sulle varietà dalle foglie finemente suddivise. Essi, inoltre, devono anche essere protetti dall’impetuosità dei venti freddi, che possono danneggiare non solo la chioma, ma anche creare problemi fisiologici. Gli esemplari troppo ‘ribelli’ possono essere potati, ma è sempre meglio ricorrere a una leggera spuntatura estiva piuttosto che ad una riduzione drastica, se non altro per salvaguardarne la struttura. Gli aceri giapponesi sono talvolta soggetti alla verticillosi, una malattia provocata da un fungo che colpisce i delicati organi interni di fusto e rami. Purtroppo essa non può essere combattuta con comuni prodotti, ma si può prevenire facendo sì che il terreno e gli strumenti per la potatura siano sotto costante controllo igienico. La moltiplicazione si effettua con semina, per le specie, e con talee di legno tenero o, ancor meglio, con innesto, per le cultivar.

 

Altri “aceri giapponesi”

Specie

Origine

Altezza

Portamento

Preg

  1. A.     buergerianum

 

Cina, Giappone

6-12 m

Espanso

Colori autunnali

A.     capillipes

 

Giappone

13 m

Eretto

Corteccia

  1. A.     crataegifolium

 

Giappone

6-12 m

Eretto

Fogliame

A.     japonicum

 

Giappone

6-12 m

Espanso

Colori autunnali

A.     maximowiczianum

 

Giappone, Cina

15 m

Espanso

Colori autunnali

A.     mono

 

Cina, Corea

Giappone

15 m

Eretto

Colori autunnali

A.     rufinerve

 

Giappone

12 m

Eretto

Colori autunnali

  1. A.     tataricum subsp. ginnala

 

Cina, Giappone, Corea

4-6 m

Espanso

Colori autunnali

A.     sieboldianum

 

Giappone

6-12 m

Espanso

Colori autunnali

A.     truncatum

 

Cina. Corea

8-12 m

Eretto

Colori autunnali

 

Cultivar di Acer palmatum

Cultivar

Altezza

Portamento

Esposizione

Adatta per contenitori

Pregi

(se la stagione non è specificata, s’intende per tutto l’anno) 

‘Akaji Nishiki’

 

2-4 m

Eretto

Indifferente

Sì

Fogliame primaverile

‘Atropurpureum’

 

6-12 m

Eretto

Indifferente

No

Fogliame

‘Bloodgood’

 

6-12 m

Eretto

Indifferente

No

Fogliame

‘Chishio’

 

2-4 m

Eretto

Indifferente

Sì

Fogliame primaverile

‘Dissectum Atropurpureum’

1-2 m

Arrotondato

Mezz’ombra

Sì

Fogliame primaverile

‘Dissectum Garnet

 

2-4 m

Arrotondato

Mezz’ombra

Sì

Fogliame

‘Dissectum Ornatum’

 

2-4 m

Pendulo

Indifferente

Sì

Fogliame

‘Dissectum Sunset’

 

1-2 m

Pendulo

Sole

Sì

Fogliame primaverile

‘Heptalobum’

 

6-12 m

Eretto

Sole

No

Fogliame autunnale

‘Hogyoku’

 

4-6 m

Eretto

Sole

No

Fogliame autunnale e fusto

‘Inaba Shidare’

 

2-4 m

Arrotondato

Indifferente

Sì

Fogliame

‘Kamagata’

 

1-2 m

Eretto

Sole

Sì

Fogliame

‘Katsura’

 

1-2 m

Eretto

Indifferente

Sì

Fogliame

‘Linearilobum’

 

2-4 m

Eretto

Sole

Sì

Fogliame

‘Matsu Kaze’

 

4-6 m

Pendulo

Indifferente

No

Fogliame primaverile

‘Osakazuki’

 

4-6

Eretto

Sole

Sì

Fogliame autunnali

‘Red Pigmy’

 

2-4 m

Arrotondato

Indifferente

Sì

Fogliame

‘Roseomarginatum’

 

2-4 m

Arrotondato

Indifferente

Sì

Fogliame

‘Ukigomo’

 

2-4 m

Eretto

Mezz’ombra

Sì

Fogliame

 

Specie e cultivar di Acer japonicum

Acer japonicum

 

6-12 m

Espanso

Sole

No

Fogliame

‘Aconitifolium’

 

4-6 m

Eretto-espanso

Sole

No

Fogliame autunnale

‘Aureum’

 

4-6 m

Eretto

Indifferente

Sì

Fogliame primaverile

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